“Dottore, per cortesia giorni fa mi ha inviato per le vie brevi un elenco di malattie per le quali i detenuti sono particolarmente esposti in caso di contagio. Sto spiegando al ministero l’importanza di una norma che faciliti la detenzione domiciliare per detta categoria di detenuti. Tuttavia vogliono per approfondire il tema qualcosa di più formale e ufficiale”. È il 18 marzo del 2020 e l’allora direttore generale Detenuti del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giulio Romano, scrive al direttore dell’Unità di Medicina protetta dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Giulio Starnini. L’elenco della malattie, altro non è che la lista delle patologie che espongono al rischio contagio del coronavirus i detenuti. Solo che in quell’elenco finisce anche una determinata condizione che patologia non è: avere più di 70 anni.

Quell’elenco di patologie stilato da Starnini, infatti, tre giorni dopo finirà nell’ormai nota circolare del Dap, che sarà citata più volte nei provvedimenti dei giudici di Sorveglianza con i quali saranno concessi gli arresti domiciliari a decine di apparteneneti alla ‘ndrangheta, a Cosa nostra e alla Camorra. Boss che erano reclusi al 41 bis e soprattutto in regime di Alta sicurezza. Un’emergenza, quella delle scarcerazioni dei mafiosi, che nel frattempo è stata limitata dai nuovi vertici del Dap: il capo Dino Petralia e il vicecapo Roberto Tartaglia sono riusciti – anche grazie al decreto del ministro Alfonso Bonafede – a riportare in carcere la maggior parte dei pericolosi boss usciti durante l’epidemia.

Ilfattoquotidiano.it ha raccontato in tempo reale quali fossero i pericoli legati a quella nota dell’Amministrazione penitenziaria e le clamorose scarcerazioni ordinate dai giudici di Sorveglianza nei mesi successivi. Un mese dopo la diffusione di quella circolare, i vertici della gestione carceraria hanno definito quel documento come un semplice monitoraggio della situazione epidemiologica in carcere. Un modo per vigilare sulle condizioni dei detenuti. L’Antimafia non la pensa così. La commissione di Nicola Morra vuole chiarire cosa è successo in quelle settimane di febbraio e marzo al vertice del Dap, in quel momento diretto da Francesco Basentini. L’ex pm di Potenza si è dimesso tra le polemiche l’1 maggio, e la stessa cosa ha fatto Romano alcuni giorni dopo.

Proprio per ricostruire quelle settimane di caos, l’organo parlamentare di palazzo San Macuto sta audendo medici, investigatori ed ex dirigenti del Dap. “L’intenzione è procedere la prossima settimana alle audizioni di Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita, ma anche di Romano”, ha annunciato il presidente della commissione Morra, prima di sentire Starnini. “C’era concreto timore da parte mia e anche di Montesanti (direttore dell’Ufficio Servizi sanitari del Dap) e di Romano che una pandemia del genere, oltre a compromettere la salute della popolazione detenuta e degli agenti della penitenziaria, potesse compromettere ancora di più la salute pubblica”, ha detto il medico, riferendosi alla sua consulenza sui detenuti a rischio contagio.

Occorre ricostruire il contesto. Dopo le rivole nelle carceri dei primi giorni di marzo e l’esplosione dell’emergenza coronavirus in tutto il Paese, il governo aveva varato alcune norme, contenute all’interno del Cura Italia, per limitare l’affollamento dei penitenziari concedendo gli arresti domiciliari ai detenuti condannati per reati minori e con meno di 18 mesi di pena residua da scontare. Da quei benefici, però, erano esclusi i condannati per mafia, terrorismo e altri gravi reati. Il 21 marzo – quindi cinque giorni dopo l’approvazione del Cura Italia – ecco la circolare del Dap che chiede a tutti penitenziari di comunicare i nomi dei detenuti che hanno più di 70 anni e che sono affetti da alcune patologie. Quei nomi dovevano essere girati “con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza“. Le determinazioni di competenza si sarebbero manifestate dopo pochi giorni: centinaia di scarcerazioni, anche di mafiosi al 41 bis come Francesco Bonura o Pasquale Zagaria. La nota del Dap, infatti, non fa alcun riferimento alla situazione giudiziaria dei detenuti. Si limita ad elencare dieci condizioni, “cui è possibile riconnettere un elevato rischio di complicanze“: nove sono patologie, l’ultima è avere un’eta “superiore ai 70 anni“. “Quando lei inserisce il requisito sopra i 70 anni, lei sa già che non usciranno i detenuti comuni, perché i detenuti comuni con più di 70 in carcere non ci stanno?”, ha chiesto il senatore Pietro Grasso di Leu a Starnini. “I 70enni sono compresi nelle categorie a rischio. L’età non è una patologia, questo è chiaro”, ha risposto il medico, che ha negato di aver “mai immaginato possibili risvolti né avevo pensato ai detenuti mafiosi”. Per quella consulenza, ha continuato,”ho seguito semplicemente le raccomandazioni nazionali sui rischi nelle comunità chiuse”.

Anzi Starnini sostiene di non sapere nulla neanche dell’esistenza della circolare: “L’ho appreso dalla tv, poi l’ho letta solo in seguito”. Il medico, secondo quanto ha ricostruito, ha semplicemente messo nero su bianco quelle dieci condizioni che possono esporre i detenuti a un maggior rischio di contagio. “Di fare quell’atto me lo ha chiesto il direttore generale”, ha chiarito. Poi ha spiegato di aver “fatto una prima nota informale in cui elencavo solamente patologie e l’età. Poi il direttore generale mi ha chiesto di formalizzarla e scriverla in maniera tale sulla base di quelle richieste di contatti al ministero che io ignoro. L’ho fatta come mi è stata richiesta dal direttore generale”.

Il direttore generale è sempre Romano, che il 18 marzo – con una mail che è stata letta a Palazzo San Macuto dal presidente Morra durante l’audizione del medico dell’ospedale Belcolle – chiede a Starnini di ufficializzare i requisiti necessari alla scarcerazione per sottoporli al ministero. Tre giorni dopo ecco che il Dap diffonde la circolare preparata da Romano. Quel documento, però, viene firmato da Assunta Borzacchiello, dirigente del Cerimoniale che ha già spiegato all’Antimafia di averlo sottoscritto solo perché di turno al Dap: il 21 marzo, infatti, era un sabato e Romano non era in ufficio. Resta inevasa una domanda: con chi al ministero della giustizia Romano sembra aver concordato passo passo il contenuto di quel documento? “Non mi sono mai azzardato a domandare chi fosse a rappresentare il ministero”, ha chiarito Starnini. A questo punto l’Antimafia chiederà direttamente al magistrato, ormai ex direttore generale del trattamento detenuti del Dap, chi fossero i suoi interlocutori in via Arenula.

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