Visto che “lo Stato è sempre stato incapace”, anche in questo caso si organizzeranno e lotterranno da soli. Il Covid-19 è solo l’ultima minaccia, in ordine di tempo, per i Waorani, una delle sedici nazionalità indigene che vive nella foresta amazzonica dell’Ecuador. Abituati a resistere alle avversità e visto l’abbandono da parte del governo ecuadoregno, questa popolazione di guerrieri, che solo da 50 anni è uscita dal suo isolamento volontario nella selva, si sta organizzando autonomamente per proteggersi dal virus che sembra aver contagiato circa il 70 per cento delle sue comunità. Forti della storica vittoria con cui nel 2019 hanno ottenuto il blocco delle attività petrolifere nel loro territorio, con l’aiuto di ong e avvocati hanno presentato una mozione in tribunale lo scorso 20 maggio, chiedendo una moratoria immediata e temporanea di tutte le licenze per le attività estrattive e di taglio del legname, e al tempo stesso stanno organizzando un sistema di vigilanza, con comunicazioni via radio e internet, per evitare l’ingresso di persone non autorizzate nei loro territori.

“È molto preoccupante ciò che stiamo vivendo – racconta Nemonte Nenquimo, presidentessa di Conconawep (Consiglio di coordinamento della nazionalità Waorani di Pastaza) –. La quarantena viene rispettata solo nelle città, ma non nel nostro territorio, dove le aziende petrolifere, le miniere e i taglialegna continuano a svolgere le loro attività, diffondendo il virus nelle nostre comunità”. Come ha spiegato Ana Vera, dell’Alleanza delle Organizzazioni per i diritti umani, la mozione presentata è per tutelare la salute e sicurezza dei Waorani e di altre due popolazioni, i Tagaeri e Taromenane, che vivono in isolamento volontario: “Lo Stato non deve dare altre licenze di attività estrattiva e deve revocare quelle di chi non rispetta gli standard stabiliti per chi opera in questi territori. L’unica misura adeguata per proteggere i popoli in isolamento volontario è non avere contatti, e in questa zona è ancora più importante altrimenti si rischia l’etnocidio”.

Dalla fine di marzo il leader Waorani, Gilberto Nenquimo, aveva segnalato più volte al governo la presenza di possibili casi e di persone malate all’interno della comunità, “ma nessuno mi ha ascoltato – precisa – o risposto”. È stato solo grazie all’aiuto di alcune ong, tra cui Amazon Frontlines, che sono riusciti ad ottenere gli strumenti per fare gli esami rapidi nel territorio. “Lo Stato dell’Ecuador dovrebbe rispondere a tutte le necessità e considerare i popoli indigeni cittadini come gli altri – aggiunge Gilberto -. Stanno estraendo milioni di barili di petrolio dal nostro territorio, ma non abbiamo mai ricevuto niente in cambio. E non stiamo soffrendo solo noi, ma anche altri popoli nativi, abbandonati”.

Si contano infatti almeno 73 casi confermati in 5 nazionalità amazzoniche (Quichua, Achuar, Siecopae, Waorani e Shuar) e 5 morti tra gli anziani, o pikenani, come li chiamano i Waorani. “Pikenani significa saggio, capo guerriero, autorità tradizionale – spiega a ilfattoquotidiano.it Oswaldo Nenquimo, portavoce della Resistenza Waorani –. Sono loro che ci trasmettono, fin da bambini, tutte le loro conoscenze sulle nostre medicine, territorio e cultura. Quando uno di loro muore è una gran perdita. Sentiamo un dolore profondo, è come se morisse un figlio e rimaniamo deboli. Non vogliamo perdere questo libro prezioso”.

In questa lotta contro il tempo, in cui la posta in gioco è la sopravvivenza della comunità, i Waorani stanno usando la loro medicina ancestrale, che si affida alle foglie e piante della foresta, permettendo di guarire già diversi loro membri, e stanno organizzando il controllo del territorio. “Ci saranno delle squadre di vigilanza, composte da donne e uomini, che non faranno entrare e uscire chiunque, ma chiederanno dove vanno e per quanto tempo. Siamo sempre stati guerrieri feroci, è nella nostra storia – continua Oswaldo – ma ora è per far rispettare il nostro territorio. Avremo le nostre lance come segnale di difesa, oltre a radio satellitari, telefono e internet, acquistati con campagne di raccolta fondi con Amazon Frontlines e Alianza Ceibo”.

Altro fronte su cui stanno lavorando i Waorani, come altre nazionalità indigene, è la prevenzione e comunicazione, per spiegare nei loro idiomi cos’è il nuovo coronavirus e come proteggersi con volantini, depliant e messaggi via radio. Un lavoro fatto in totale solitudine, visto che il governo non gli è venuto incontro neanche su questo. “C’è da parte di queste popolazioni una resistenza integrale – commenta Elena Manovella, autrice di uno studio presso l’Università di Amsterdam sulle nazionalità indigene nell’Amazzonia dell’Ecuador del Nord – e una lotta contro un sistema che privilegia l’economia sulle vite umane”. Ma, come annuncia la leader Waorani Nemonte, “continueremo la nostra lotta per la sopravvivenza e per proteggere il nostro territorio. Il governo lo deve rispettare e noi continueremo a chiederlo”.

(Immagine d’archivio di popolazioni indigene dell’Amazzonia)

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