di Francesco Sani *

La Coppa del Mondo ospitata nel nostro paese nell’estate 1990, quella delle “Notti Magiche”, fu il torneo che segnò l’alba del calcio moderno. Mentre la nazionale di Azeglio Vicini macinava un successo dopo l’altro, grazie alla stella di Roberto Baggio e ai gol di Totò Schillaci, il tabellone per la finale di Roma si andava completando. Oltre agli Azzurri padroni di casa, tra le otto squadre rimaste spiccavano la Germania Ovest (in via di riunificazione dopo la caduta del muro di Berlino), l’Inghilterra del folle Paul Gascoigne, i campioni in carica dell’Argentina e la più bella generazione balcanica di fudbal.

L’ultimo atto della Jugoslavia alla “FIFA World Cup” contro l’Argentina

Nei Quarti di Finale il tabellone propose un accoppiamento di grande fascino. La vincente avrebbe trovato in Semifinale proprio l’Italia, che all’Olimpico eliminava la sorprendente Irlanda di Jackie Charlton. Se l’Argentina aveva sofferto in ogni partita, rimanendo aggrappata al torneo grazie a tanto mestiere e ad un gioco ai limiti della correttezza, la Jugoslavia era arrivata all’appuntamento in crescendo. Un gruppo di talento ormai pronto ad affermarsi a grande livello. Al più forte giocatore del mondo, Diego Maradona, detto “El Pibe de Oro”, fresco di Scudetto con il Napoli, contrapponevano il più forte giocatore d’Europa: Dragan Stoijković, soprannominato “Piksi”, leader della Stella Rossa Belgrado ma corteggiato da Milan e Marsiglia disposte a fare follie per acquistarlo.

Nel turno precedente degli Ottavi di Finale, a Torino, i detentori del titolo avevano superato 1-0 il Brasile, in una partita dalle mille polemiche come ogni derby sudamericano che si rispetti. I Verdeoro dominarono la gara ma, nel finale, Maradona rubò palla a centrocampo e s’inventò un assist per Claudio Caniggia. I rivali di sempre erano fregati con il più classico dei contropiedi. A Verona, la squadra capitanata dal carismatico difensore di Sarajevo Faruk Hadzibegić, matava 2-1 la Spagna. Doppietta di Stoijković e Furie Rosse rispedite a casa. Una vittoria che aveva riacceso entusiasmo in patria, già da tempo scossa da rivendicazioni etniche e rigurgiti indipendentisti.

A Sarajevo in 40.000 si riversarono in strada a celebrare il passaggio del turno. Appena due anni dopo questa città diventerà il simbolo della guerra, sottoposta all’assedio delle milizie serbe, con i suoi abitanti costretti a vivere nei rifugi. Quella sera si festeggiò per esorcizzare la paura di non poter più vivere insieme nella solita terra. Ma il punto di non ritorno nella disgregazione della Federazione era già stato oltrepassato. Per gli storici fu il famoso comizio di Slobodan Milošević a Kosovo Polje sul destino guerriero della Serbia. Pronunciato il 30 giugno 1989 di fronte a 300.000 nazionalisti ortodossi, riuniti alla Piana dei Merli per commemorare la battaglia (persa) contro i turchi del 1389, mise in fibrillazione croati e sloveni. Una chiamata alle armi, presagio del conflitto che effettivamente esploderà a breve. Da quel giorno, alla Jugoslavia, resteranno solo due anni di vita.

Il clima di tensione interna crea pressioni anche nello spogliatoio ma l’allenatore, il bosniaco Ivica Osim, cerca di isolare i suoi ragazzi nel ritiro di Montecatini Terme. Con il destino segnato, Stoijković e compagni arrivarono al Quarto di Finale di Firenze nell’afoso pomeriggio di sabato 30 giugno 1990. Ancora quella data funesta. A las cinco de la tarde, come la corrida nelle poesie di Garcia Lorca, i Plavi affrontarono l’Albiceleste.

L’ultimo rigore di Faruk

L’incontro fu probabilmente il più equilibrato del torneo. Meglio i giovani slavi, costretti tra l’altro a giocare in dieci dal 30’ a causa di una frettolosa espulsione. Una gara tattica con le squadre che si annullarono a vicenda nei 90 minuti più i supplementari. Persistendo lo 0-0, il passaggio del turno si sarebbe deciso con la lotteria dei rigori. La sequenza si calciò nella porta sotto la Curva Fiesole ed è magistralmente raccontato nel libro di Gigi Riva “L’ultimo rigore di Faruk”, edito da Sellerio.

Iniziò la serie l’Argentina che segnò il primo tiro dagli undici metri con Serrizuela. La Jugoslavia mandò subito a tirare il migliore, Piksi appunto. Pallone a destra e il portiere Sergio Goycochea a sinistra. Ma la sfera di cuoio non scese abbastanza e incocciò l’incrocio dei pali! Stessa esecuzione per Burruchaga, più fortunato, e fu gol. Robert Prosinečki, altro calciatore sublime, accorciò le distanze. Punteggio di 2 a 1 per la squadra di Maradona quando fu il turno del Pibe de oro. Subissato di fischi dal pubblico fiorentino, fece una cilecca clamorosa: tiro debole e centrale, il portiere Ivković si trovò il pallone fra le mani. Dejan Savićević, il “genio” montenegrino, realizzò il pari. Poi sbagliò Troglio.

A questo punto sembrava che la situazione pendesse per gli Azzurri di Belgrado, però il “dio del calcio” stava dall’altra parte. Brnović si fece parare l’esecuzione sprecando la chance di portare in vantaggio la sua nazionale. All’ultimo tiro della serie la parità fu spezzata da Dezotti, 3-2 per gli argentini. Faruk Hadzibegić doveva segnare per forza. Lui non voleva tirare, ma i compagni gli chiesero di prendersi questa responsabilità. Sì, perché Osim, subito dopo i supplementari, aveva augurato buona fortuna ai suoi ragazzi e se ne era andato negli spogliatoi. Senza voler vedere i rigori, tantomeno senza indicare i cinque tiratori! Faruk posizionò la palla sul dischetto. Goycochea fece una smorfia. Il rigore non fu calciato male ma neppure molto angolato, così il portiere a volo d’angelo riuscì a respingere la palla. L’Argentina andò a giocarsi l’ingresso alla Finale con l’Italia, la Jugoslavia eliminata dai Mondiali. Per l’ultima volta.

Appena un anno dopo scoppiò il conflitto etnico. Cominciato con le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991 – poi proseguito in Bosnia – ha fatto oltre 140.000 morti, 20.000 dispersi e 4 milioni di profughi. La comunità internazionale ha enormi responsabilità per non averlo impedito. Nel frattempo, conseguentemente all’embargo dell’Onu sul paese, i Plavi furono esclusi da tutte le manifestazioni, compreso gli Europei di calcio del 1992, quelli noti per essere stati vinti dalla Danimarca appunto ripescata. Oggi, a trent’anni di distanza da quella partita di Firenze, vive ancora nei Balcani una leggenda: se la “Jugo” avesse vinto i Mondiali Italia ‘90, il rinato entusiasmo popolare avrebbe impedito la guerra civile. Ma la Storia non si fa con i “se”, e poi questa è una storia balcanica.

* laureato in Media e Giornalismo, è storyteller per le riviste Firenze Urban Lifestyle ed Elitism.

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