Io a restare seria non ci riesco. Leggo tutte le norme da attuare per la partenza del nuovo anno scolastico (chissà poi perché il nuovo anno deve partire? E dove va?) e mi prendono nell’ordine la rabbia e lo sconforto.

La rabbia perché, nonostante l’evidente stato di emergenza in cui versa la scuola, invece che guardarsi in faccia, investire una montagna di soldi, e con questi ridimensionare le classi dimezzandole, aumentare di conseguenza il personale e rimettere a nuovo le scuole, si preferisce ancora cercare di tamponare la situazione. Perché non lo si fa? Ah, sì, perché servirebbe una montagna di soldi. Chissà perché investire nella scuola sembra sempre una perdita di tempo e si trascorre più tempo a dibattere su come far ripartire il campionato di calcio.

Lo sconforto è dovuto al fatto che mentre noi andiamo in giro col metro da sarto per prendere le misure tra il banco e la cattedra, la realtà è che a settembre la scuola rischia di essere in parte ancora distante, ancora lontana, ancora asettica e virtuale e come temevo ce la stanno facendo passare come una grande innovazione digitale.

In tutto questo, tuttavia, sorrido lo stesso, un po’ perché tanto disperarsi non serve a niente e un po’ perché io penso ai banchi. I banchi da distanziare. Girano questi schemini bellissimi in rete, con i banchi isolati da separé di plexiglass. Metteteci su degli adesivi, vi prego, perché dal parrucchiere, senza occhiali, io ne ho preso uno in pieno, e se per girare tra i banchi devo fare pure il labirinto li centro tutti.

Oppure i banchi sono circondati da cerchi nel grano che indicano gli invalicabili spazi vitali, o ancora cerchi di gesso bianco, che manco una puntata di Csi. Ma possibile che nessuno dica la verità? Perché c’è una tacita legge scolastica nota ai più che dice che i banchi “si muovono”. Da soli. Ai banchi piace cambiare, come alle scale. I banchi isolati li mettiamo anche noi, da sempre. Durante le verifiche poi, li dislochiamo con un’attenzione napoleonica, stabiliamo esattamente le posizioni, pensiamo a schemi degni di un commissario tecnico la notte prima della finale.

E invece niente. Ti volti verso la lavagna e il secondo banco già non è più dove lo avevi messo. E’ un movimento lento e impercettibile, è la tettonica delle placche, è il magnetismo, è il tizio del secondo banco che ha studiato, lui e solo lui, e tutti lo sanno. I banchi si raddrizzano. Piccoli colpetti discreti. Un’aggiustatina alla sedia. Un colpo di reni. Una strisciata contro il muro.

Ma poi lo sanno che non abbiamo le tende e certe tapparelle sono inchiodate a mezz’asta dagli anni Ottanta? Che quando calienta el sol i banchi si affastellano tutti nel cono d’ombra, ammonticchiandosi in fantasiose costruzioni a castello? Che quando i termosifoni sono sparati a palla, con buona pace del consumo energetico, il tapino col banco accanto al calorifero parte alle 8 del mattino con la felpa e finisce alle 13 con le pinne fucile ed occhiali?

Io non so con i fondi stanziati per le scuole che cosa si possa fare, così a occhio, io faticherei a ristrutturarci il bagno di casa, figuriamoci un edificio di tre piani dove far coesistere centinaia di persone. Tuttavia, se proprio dobbiamo distanziare ‘sti banchi, gentilmente insieme al sapone (che finalmente s’è capito che nelle scuole manca) e alla carta (che sarà tutto digitale, ma quella igienica serve sempre) vedete se potete mandarci dei tasselli. Nel budget dovremmo starci.

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