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di Stella Saccà

È da un po’ di notti che qui a New York non si dorme. Non per il ronzio degli elicotteri che attutito dai doppi vetri sembra una zanzara d’estate che ti disturba la bellissima fase di abbandono al sonno. Non perché ho un compagno di colore che a malapena viene emozionato dalle notizie di Minneapolis, perché quando sei abituato a qualcosa l’effetto sorpresa svanisce. Non perché inizi a domandarti se valga la pena fare un figlio che nel tuo caso sarà mulatto e meno privilegiato di te, e tu una madre che probabilmente non sarà mai in grado di capire cosa vivrà lui.

Non perché i messaggi di allerta “extreme” sul coprifuoco tuonano in tutti i telefoni, i tuoi ma anche in quelli dei vicini, che riesci a sentire grazie alle finestre aperte di una primavera surreale. Non riesci a dormire perché usi la notte, quando hai finito “di fare tutto quello che devi fare”, per cercare di capire cosa hanno in comune i razzisti.

Ignoranza? Contesti sociali? Paura? Pregiudizio? Forse è questa l’opzione che mi convince di più mentre nutro i miei occhi aperti al buio con le immagini di via del Corso violentata dalle grida di cori contro gli immigrati, di Matteo Salvini che si abbassa la mascherina con il tricolore per fare un selfie con una donna che avrà avuto 65 anni, delle strade della città in cui sarei dovuta tornare a fine maggio, una città che ancora nemmeno si è rialzata completamente in piedi, calpestate da gente che impegnata a gridarsi addosso che il governo fa schifo non capirà mai perché nello stesso giorno si manifesta a New York, Los Angeles, Washington, Minneapolis, Philadelphia, Parigi e in tante altre città del mondo, non capirà mai che avere Instagram pieno di riquadri neri non è una fesseria (è vero, non basta, ma un grido con un filo di voce è sempre più rumoroso di un grido muto).

Non lo capirà mai perché vittima di un pregiudizio. Ho letto un post su Instagram che dice: “Un esempio del privilegio bianco è dire ‘è terribile che un afro-americano sia stato ucciso ingiustamente da 4 poliziotti, ma gli atti vandalici devono finire’, e non ‘gli atti vandalici sono terribili, ma l’omicidio di afro-americani innocenti deve finire'”.

Alla voce “pregiudizio” la Treccani recita: “Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore”. Il pregiudizio è viscido, bastardo, si insinua anche in chi pensa di non esserne vittima. Come si combatte? Forse con l’educazione. Con lo sforzo sovrumano di parlare, raccontare, giorno dopo giorno, in tutti i modi possibili.

E se promuovere la differenza tra le razze in Parlamento è consentito, se è lecito usare slogan che inneggiano all’anteposizione di una nazione ad un’altra, se è lecito radunare i sopravvissuti a una pandemia in piena fase di ricostruzione, se è lecito rappresentare lo Stato ma al contempo commettere omicidio e non essere condannati come verrebbe condannato un cittadino normale; se è lecito credere di avere più diritti di un altro individuo perché in passato è stato usato come schiavo o lo hanno bruciato in un forno, se tutto questo è lecito, allora vuol dire che abbiamo fallito, che abbiamo sbagliato, ci siamo adagiati sulle spalle del lavoro degli altri e non abbiamo fatto abbastanza, abbiamo perso tempo, abbiamo vanificato tutto il loro sforzo.

Allora mettere un riquadro nero su Instagram non è inutile, è il minimo. Il rumore degli elicotteri è quasi svanito, forse sono le cinque, ecco perché, perché è finito il coprifuoco. Speriamo. Speriamo che non siano ancora solo le tre. Provo a dormire, metto nelle cuffie Perfect Day di Lou Reed e fingo che domani si possa andare a bere Sangria nel parco. Anzi no. È meglio che il parco sia pieno di gente, gialla, bianca, nera, marrone, e di cartelli e striscioni, così come tutte le strade. Anche domani.

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