Qualcuno si ricorda della serie di film di Mad Max? Una terra inospitale, con l’homo homini lupus, scarsissime riserve energetiche e minimi approvvigionamenti alimentari? Quando il primo Mad Max uscì (era il 1979 e si intitolava Interceptor) non si parlava ancora di futuro distopico. Oramai, invece, è entrato nel linguaggio comune: la distopia, come esatto contrario dell’utopia. Un mondo futuro indesiderabile ma non improbabile.

All’epoca dell’uscita del primo Mad Max, dicevo, un mondo di quella fatta poteva rientrare nell’orbita della fantascienza, e gli ambientalisti che avessero predetto un futuro di disastri epocali potevano apparire come dei semplici menagramo. Sono trascorsi pochi decenni ed oggi non è più così. Volenti o nolenti, ci siamo già dentro quel futuro e le immagini dell’epoca del virus ne hanno fornito un’immagine plastica.

Basti pensare alle colonne militari che trasportano le bare o al papa che passeggia solitario in San Pietro. Ma in realtà il virus non può leggersi che come una esplicitazione del degrado mondiale in atto, ed acceleratosi negli ultimi tempi.

La gente comune neppure sa che nella Treccani è entrato a pieno diritto il termine Antropocene: “L’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana”. Ed oramai non si contano più i saggi che denunciano che la Terra è malata: per causa nostra.

Dal libro cult di Alan Weisman che immaginava una Terra senza più l’uomo (Il mondo senza di noi), alla Elizabeth Kolbert che nel suo La sesta estinzione. Una storia innaturale ci descrive il processo di estinzione delle altre specie innescato dall’uomo presunto “sapiens”, al recente La terra inabitabile in cui David Wallace-Wells ci elenca con dovizia di particolari i disastri che stiamo causando all’orbe terracqueo.

Volete qualche dato? Eccovelo. Ci siamo giustamente preoccupati per il virus, ma ogni giorno muoiono nel mondo più di diecimila persone a causa dell’inquinamento atmosferico. Anche mantenendo l’obiettivo di aumento di 2° centigradi dell’accordo di Parigi (che già sembra irrealizzabile), entro il 2100 il livello dei mari si alzerà di circa due metri: molte isole e molte città costiere diverranno inabitabili.

Sempre a causa dell’aumento delle temperature si sono moltiplicati nel mondo gli incendi. Tutti ricorderete quelli devastanti che lo scorso autunno hanno colpito la California, l’Australia, la Siberia. Nei soli Stati Uniti oggi il fuoco devasta il doppio di quanto devastava cinquant’anni fa.

I fenomeni atmosferici estremi sono aumentati dappertutto: le tempeste sono raddoppiate dal 1980 ad oggi. I ghiacciai si stanno sciogliendo ovunque (fra il 2000 ed il 2018 il 78% delle aree montane ha perso gran parte del suo manto nevoso) ed entro la fine del secolo, al trend attuale, l’Himalaya perderà il 40% del proprio ghiaccio.

Le barriere coralline sono già in parte morte a causa delle temperature sempre più elevate e dell’acidificazione degli oceani, e si prevede che ben il 90% di esse sarà a rischio entro il 2030: è difficile ipotizzare i danni che la morte delle barriere causerà alle coste ed alla fauna ittica che ci vive, e di conseguenza all’uomo.

I migranti che si spostano a causa del clima esistono già ma un po’ per cause dirette ed un po’ per le guerre che si scateneranno, i rifugiati climatici aumenteranno a dismisura. E vogliamo parlare dei poveri? Vogliamo parlare delle migliaia di persone che vivono nelle fogne di Las Vegas (sono i mole people, gli uomini talpa) o di quelle che invece ritengono sia la loro casa una tenda canadese eretta nelle vie di Los Angeles?

Insomma, basta guardarsi intorno, basta leggere, basta saper navigare in internet e vedremo la realtà reale, quella volutamente oscurata dai media tradizionali perché disturba la nostra convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili. E allora ci renderemo conto che forse il virus non era, non è il Covid 19, ma bensì…

Memoriale Coronavirus

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