È stato uno dei pionieri dell’hockey su pista in Italia. Giocatore e allenatore, negli anni Duemila era diventato selezionatore della Nazionale indiana. Aldo Baraldi è una vittima del covid 19. È deceduto al policlinico di Modena il 31 marzo scorso, aveva 81 anni, ammalato di diabete, recentemente aveva avuto un infarto. Continuava a lavorare, quest’anno faceva da vice al figlio Massimo, coach della squadra Amatori Modena in A2. Dal lunedì al venerdì non mancava mai un allenamento in pista. “Aveva la febbre alta, ma è stato ricoverato solo dopo nove giorni. Dopo un po’ è stato dimesso e per cinque giorni è rimasto in casa da positivo prima del secondo ricovero. Non ne è più uscito vivo. Medici e infermieri hanno fatto tutto il possibile, il protocollo e le procedure hanno però lasciato perplessi noi familiari”, spiega il figlio.

Nato nel 1939, Aldo si era trasferito bambino da San Prospero al centro di Modena. Poco dopo si sarebbe innamorato dei pattini e della disciplina dell’hockey su pista, entrando a far parte della Società Sportiva Amatori Modena. Nel 1957 esordì in prima squadra, vincendo subito il primo scudetto. Tre anni dopo sarebbe arrivato il secondo. Nel frattempo il difensore era entrato in Nazionale, dove arriverà a 94 presenze, a volte anche da capitano. Baraldi è stato uno dei giocatori più forti al mondo. A fine carriera ha l’occasione di giocare un paio d’anni assieme al figlio nel campionato di serie B. Di Massimo era stato anche il primo allenatore. Negli ultimi mesi era lui a fargli da secondo.

La moglie Giovanna lo ricorda così: “Il suo cuore era lì, dentro a quegli scarponcini montati su quattro ruote, mentre con la stecca tra le mani, contrastava un avversario, cercava di impossessarsi della palla per passarla a un compagno o per scagliarla in rete e fare gol”.

A cavallo tra i due millenni, a Baraldi arrivò una chiamata dall’estero. Era andato in pensione da poco, poteva dedicarsi al suo sport in maniera totale. “Non si sottraeva mai alle sfide, ma le cercava – dice la moglie a ilfattoquotidiano.it – Nel 1999 accolse la proposta della Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio di andare in India per allenare gli atleti e le atlete che avrebbero fatto parte della Nazionale ai Campionati asiatici. La Federazione indiana si era rivolta a quella italiana per avere un tecnico qualificato a cui affidare la preparazione della squadra. Questa collaborazione diede inizio a una storia sportiva che è durata un ventennio. Conobbe l’India e se ne innamorò. Vi ritornava periodicamente, per cicli di due o tre mesi, nel ruolo di allenatore della squadra maschile e di quella femminile, in prossimità dei principali eventi. Contemporaneamente formava i tecnici che avrebbero continuato la preparazione durante la sua assenza. L’hockey indiano, sotto la sua guida, si è elevato di livello, raggiungendo risultati insperati nelle competizioni internazionali”.

Sui social infatti i suoi ex atleti hanno dedicato dall’India belle parole nei confronti del vecchio coach. “Con la tua dedizione allo sport sei sempre stato una vera ispirazione per noi. Ci hai mostrato cosa vuol dire amare l’hockey. Eri un vero leader e il migliore degli allenatori possibile, ci mancherai moltissimo. Un buon allenatore può cambiare una partita. Un grande allenatore può cambiare una vita”.

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