“Monument kulture mbrohet nga populli”: per 27 mesi ha resistito, come “monumento culturale protetto dalla gente”. Ma all’alba di domenica, il Teatro Nazionale di Tirana è caduto sotto i colpi delle ruspe: il prezioso esempio di architettura italiana degli anni ’30 deve lasciar spazio ad una mega struttura avveniristica, dietro la quale si celano forti dubbi di speculazione edilizia. Quella che è stata la più lunga occupazione per la difesa di un bene pubblico in terra d’Albania, animata non dall’opposizione politica ma da quella civica, rischia, però, di essere un boomerang per il premier Edi Rama.

Due anni di dissenso organizzato e motivato, con agganci in mezza Europa, non si cancellano in pochi minuti, mettono radici. E fanno lievitare la protesta: nel pomeriggio di ieri, si è tornati a manifestare non più o non solo “per” il teatro cancellato, ma soprattutto “contro il ritorno della dittatura”. Parole forti, non usate a caso: sono 64 le persone fermate domenica dalla polizia e ciò che artisti e attivisti denunciano è la ripresa di metodi già visti durante il regime, di cui, a 30 anni di distanza, la memoria è viva in ogni angolo del Paese. Non si tratta, insomma, “solo” di una questione culturale e in causa sono chiamate anche le istituzioni italiane, da cui ci si aspettava una presa di posizione forte mai arrivata, al contrario, ad esempio, di quella tedesca.

Il blitz e gli arresti – All’alba di domenica il blitz, in piena emergenza Covid. Un’azione fulminea, messa in atto in 15 minuti. Le voci di un intervento proprio in questo momento di quarantena e restrizioni si erano fatte più insistenti negli ultimi giorni: ci si aspettava l’arrivo delle ruspe per le due di notte di domenica e fino alle 4 del mattino un migliaio di persone ha presidiato la piazza. Poi, quando i manifestanti sono tornati a casa, alle 4.30 sono arrivati oltre mille agenti di vari dipartimenti di polizia. L’abbattimento è iniziato quando all’interno c’erano ancora gli attori Neritan Liçai e Julinda Emiri e il regista Robert Budina, portati via dai poliziotti, che hanno circondato l’area per consentire ai mezzi di tirare giù il teatro italiano, esattamente alle spalle di piazza Skanderberg. Per tutta la giornata, le proteste si sono spostate sul boulevard ‘Deshmoret e Kombit’, lì nonostante i divieti di manifestazioni pubbliche e assembramenti imposti dalla normativa sul Covid, di cui, secondo gli oppositori, si è approfittato.

Accuse incrociate tra manifestanti e forze dell’ordine – L’organizzazione “Alleanza per la protezione del teatro”, composta da artisti e cittadini che negli ultimi due anni si sono fortemente schierati contro la demolizione, chiede l’immediato rilascio di chi è ancora trattenuto nei commissariati. La Polizia, in un comunicato ufficiale diramato nelle scorse ore, ha fatto sapere di essere intervenuta su richiesta dell’Ispettorato per la protezione territoriale della città di Tirana, al fine di far attuare la decisione presa in Consiglio comunale, vale a dire l’abbattimento e la successiva ricostruzione. Tra oppositori e forze dell’ordine volano accuse incrociate: gli uni denunciano manganellate ma anche di aver agito senza un necessario mandato del tribunale di liberare l’edificio; le altre dicono che “diverse persone appartenenti ai ranghi dei manifestanti hanno sparato di tanto in tanto alle forze di polizia, con oggetti duri e bastoni, ferendo 7 agenti in servizio”, in modo comunque non grave.

Sono 64 gli albanesi fermati e condotti in caserma: sette trentenni sono stati arrestati con le accuse di “violenta opposizione a un ufficiale dell’ordine pubblico” e per “partecipazione a raduni illegali”. Di quest’ultimo reato rispondono anche altre 21 persone, e ulteriori 36 sono state destinatarie di sanzioni amministrative per violazione delle misure restrittive contro la diffusione dell’epidemia da Covid. Si preparano altre proteste.

“Siamo delusi dall’Italia, è ora di intervenire” – “Ci aspettiamo ancora il massimo – dicono al fattoquotidiano.it dall’Alleanza per la protezione del teatro – una reazione con vigore. È stato commesso un crimine legale e morale domenica. Nonostante il fatto che in questi 27 mesi l’ambasciatore italiano (Alberto Cutillo, lo scorso ottobre) sia intervenuto solo una volta sulla demolizione, in un’intervista rilasciata al giornale Panorama; nonostante il fatto che in questi mesi nemmeno l’Istituto Italiano di Cultura sia intervenuto, benché il suo ufficio si trovi a 300 metri di distanza dal Teatro, è importante che lo Stato italiano intervenga. Se l’Albania per l’Italia ha ancora un valore, è l’ora di reagire. La nostra delusione è già enorme”.

“È lecito chiedersi che cosa faccia l’Ambasciata italiana e il connesso l’Istituto di Cultura in questi casi. Non dovrebbe essere compito loro quello di salvaguardare il patrimonio artistico e architettonico italiano in Albania?”. A incalzare è un gruppo di architetti e docenti dell’Università La Sapienza di Roma – Marco Petreschi, Nilda Valentin e Antonino Saggio – e dell’Università di Bari, la professoressa Anna Bruna Menghini, tutti profondi conoscitori dell’architettura albanese e con esperienza di docenza negli atenei del Paese delle Aquile. Hanno firmato un documento molto critico: “Il centenario della nascita di Tirana Capitale si sarebbe potuto celebrare in modo più degno. Questa demolizione – hanno scritto – fa ritornare indietro nel tempo, quando si distruggevano le chiese e le moschee con la violenza politica di un regime dittatoriale annullando ferocemente qualsiasi tentativo di opposizione. Che differenza c’è oggi con la tanto acclamata democrazia albanese, che agisce con gli stessi metodi abbattendo il Teatro Nazionale di Albania? Questa era un’opera universalmente nota dell’eccellenza architettonica italiana, ammirata e pubblicata in moltissimi libri e riviste scientifiche in quanto uno dei primissimi esempi in Europa di prefabbricazione realizzata a Milano e montata, con brevetto esclusivo, nel 1938 a Tirana in pochissimo tempo. Che differenza c’è col regime dello scorso secolo quando addirittura si finisce per esautorare e denigrare tutti gli intellettuali che si sono opposti a questo scempio?”.

La presa di posizione tedesca – A fronte del silenzio istituzionale italiano, ha un peso maggiore la dichiarazione preoccupata dell’ambasciatore tedesco Peter Zingraf: “Il crollo del Teatro Nazionale a Tirana all’alba, in quella forma che abbiamo visto, è difficile da capire”, ha scritto, invocando dialogo e trasparenza. Si attende una presa di posizione anche dell’Unione Europea: la commissaria europea alla Cultura, Marija Ivanova Gabriel, è stata interessata della questione da Sneška Quaedvlieg-Mihailovic, segretaria generale di Europa Nostra, la federazione pan-europea per il patrimonio culturale presieduta da Placido Domingo. Già nel marzo scorso, questa organizzazione non governativa, in stretto contatto con l’Unesco, aveva inserito il Teatro “Kombetar” dell’Albania nella lista dei sette luoghi più a rischio di estinzione in Europa, sulla base di una selezione che tiene conto di valore architettonico, difesa dei cittadini, ruolo di catalizzatore di valori e cultura. Essere presenti in quell’elenco significava due cose: riconoscimento pubblico che non si aveva dalle istituzioni in patria e, soprattutto, aiuto concreto per investire nel restauro.

Il nuovo complesso edilizio: centri commerciali, alberghi e un nuovo teatro – Invece, in poche ore si è fatta piazza pulita di un pezzo di storia: al suo posto nascerà il “farfallino” progettato dallo studio danese Big, con un nuovo teatro all’interno di un mastodontico complesso edilizio con quattro torri destinate a centri commerciali, alberghi e servizi. Investimento stimato: 30 milioni di euro. “Voglio assicurarvi che il nuovo teatro nazionale avrà il consenso di tutti domani”, ha commentato il premier Rama, che si è scagliato contro presunti disturbatori “professionisti”, che avrebbero massacrato anche altri progetti prima dell’avvio dei cantieri. “Anche di questo progetto ritardato da decine di anni – ha proseguito Rama – parlerà il lavoro completato, che darà alla comunità teatrale la scena nazionale dignitosa che non ha mai avuto”. La distruzione del Kombetar, però, rischia di provocare altri strascichi dentro al tessuto culturale albanese e di gettare ombre sull’immagine che il governo sta cercando di rendere accattivante e simpatica al resto d’Europa.

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