Un migliaio di lavoratori dello stabilimento genovese di Arcelor Mittal è sceso in corteo questa mattina, per protestare e chiedere un confronto con l’azienda sulla scelta di mettere in cassa integrazione a 750 euro al mese alcuni lavoratori. “Potrebbero benissimo lavorare – denunciano i sindacati – ma vengono messi in cassa per risparmiare sui costi con la scusa del coronavirus, che nel nostro settore non ha comportato un calo della domanda”. L’assemblea dei lavoratori è iniziata alle 7 del mattino e il corteo, partito dallo stabilimento di Cornigliano intorno alle ore 9.30, è arrivato di fronte alla Prefettura intorno alle 11.30. Dopo cinque giorni di sciopero, alle 16 è previsto un’incontro tra le delegazioni sindacali, il Prefetto e l’azienda “Ma se Mittal non si presenterà come ha fatto sabato scorso – scandisce al megafono il coordinatore della Rsu Fiom dello stabilimento Armando Palombo – o se non ritirerà le lettere di cassa integrazione che sono arrivate in assenza della pubblicazione del decreto, la mobilitazione continuerà nelle forme e nei modi che decideremo nelle prossime ore insieme”.

“E’ una vergogna – dice Antonio Appice, rsu Fim – che siano arrivate le lettere senza un accordo sindacale e senza nemmeno la pubblicazione del decreto in una situazione in cui c’è del lavoro e non viene svolto e questo a discapito non solo dei lavoratori di Mittal ma dell’intero comparto produttivo genovese”. Secondo i sindacati l’improvviso cambio di rotta rientrerebbe nella volontà di Mittal di risparmiare sul costo del lavoro in attesa di riprendere la trattativa con il governo sugli stabilimenti ex Ilva che entro fine anno potrebbe portare a una restituzione degli impianti.
“A oggi la strategia di Mittal appare quella di andare via dall’Italia – conferma Fabio Ceraudo, rsu Uilm – quindi portare via l’acciaio e una risorsa importante come la siderurgia italiana. A oggi deve rispondere di tutto questo perché così non si può andare avanti. A Genova investimenti non ne abbiamo visti, a Taranto nemmeno, quindi Mittal deve rispondere ai lavoratori”. Il corteo dei lavoratori dell’ex Ilva è stato il primo post lockdown, nonostante il dpcm emanato ieri dal vieti ancora formalmente i cortei e consenta solo le ‘manifestazioni in forma statica’: “Ma se possiamo lavorare possiamo scioperare – sottolinea il segretario della Fiom di Genova Bruno Manganaro – con le stesse mascherine e le stesse distanze che usiamo sul posto di lavoro”

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

L’autista di scuolabus, il barman e il cuoco: nuovi disoccupati diventati braccianti. “Non basta, deve tornare chi lavorava qui da 20 anni”

next
Articolo Successivo

Ex Ilva, la nuova di cassa integrazione alza lo scontro: scioperi a Genova e Novi. Patuanelli: “Mittal sta facendo capire che non resterà”

next