“Il contribuente tedesco non dovrà più preoccuparsi di calcolare come ridurre il carico fiscale trasferendosi a Berlino, Grunewald, Coburgo o sul Lago di Costanza”. Era il 1919 e il ministro delle Finanze della neonata Repubblica di Weimar, Matthias Erzberger, presentava – non senza ironia – la centralizzazione dell’imposta sul reddito, dopo una continua crescita della competitività fiscale tra le municipalità tedesche. Un secolo dopo nulla è cambiato nell’attuale Repubblica Federale di Germania, se non che la costante ricerca delle migliori condizioni per ridurre i propri oneri verso la collettività, grazie a strategie di ottimizzazione fiscale, ha superato i confini nazionali. E così anche qui aziende e grandi gruppi, spostandosi di pochi chilometri o aprendo sedi nei paradisi fiscali nei quattro angoli del globo, impoveriscono sempre di più le casse pubbliche, a tutti i livelli. E anche qui, come in Italia, si è acceso il dibattito sull’opportunità di assegnare aiuti di Stato per contrastare la recessione da Covid a chi si è trasferito altrove per pagare meno tasse.

Il dossier di Die Linke sulle aziende del Dax 30 – Nelle ultime settimane il partito Die Linke ha messo sotto osservazione le aziende che appartengono al Dax 30, il segmento della Borsa di Francoforte contenente i 30 titoli a più alta capitalizzazione: le maggiori aziende tedesche. Secondo lo studio tutte le 30 aziende – da Allianz a Deutsche Bank passando per la sofferente Lufthansa, Siemens e Volkswagen – hanno sussidiarie e filiali in paradisi fiscali, per un totale di ben 3.847 soggetti giuridici, secondo la classificazione di paradiso fiscale del Tax Justice Network (TJN). Le 30 società del Dax hanno 527 filiali in Olanda, 281 in Lussemburgo e 187 in Svizzera, per restare nelle vicinanze. Più della metà del totale, ben 2.075, sono invece in Delaware, Stati Uniti. E oltreoceano si contano anche 30 sedi a Panama e 67 alle isole Cayman. Basf, il più grande gruppo chimico del mondo, ha per esempio sussidiarie principalmente in Olanda e Svizzera, ma anche a Panama e alle Bermuda. Nel 2016 uno studio commissionato dal gruppo dei Verdi – Alleanza Libera Europea al ricercatore indipendente Marc Auerbach evidenziava che il gruppo chimico, attraverso una gestione fiscale aggressiva – ma lecita – fatta di holding olandesi, benefici fiscali belgi, profit shifting in giurisdizioni a bassa tassazione come Portorico e Svizzera e a uno speciale schema di rimborsi fiscali a Malta, era riuscito a risparmiare più di 1 miliardo di dollari di tasse nel periodo compreso tra il 2010 e il 2014. Interpellata da Monitor, programma di approfondimento della tv Ard, che con la Süddeutsche Zeitung nei giorni scorsi ha diffuso i risultati di Die Linke, la società ha affermato che le aziende locali servono i mercati locali e che il gruppo “attribuisce grande importanza al rispetto delle leggi fiscali in tutto il mondo”.

Ma per la Ue non tutti i paradisi sono uguali – Anche in Germania nelle ultime settimane si discute sull’opportunità di assegnare i generosi aiuti di Stato varati per l’emergenza pandemia alle aziende presenti nei paradisi fiscali. Fabio De Masi, parlamentare di Die Linke e promotore dello studio, ha sottolineato che su 3.874 sedi secondarie, filiali e sussidiarie basate nei paradisi secondo la classificazione di TJN solo il 3% (110) è compreso anche tra quelli riconosciuti dall’Unione Europea. Una circostanza che da un punto di vista formale rende senza conseguenze il dibattito per gran parte dei soggetti interessati. Insomma, paradiso non è chi paradiso fa. Delle 30 aziende del Dax, 18 hanno sedi nei Paesi presenti sulla lista nera di Bruxelles, 12 no. Tra queste rientrano Continental, E.On, Deutsche Telekom, Henkel e anche Bmw, che detiene tuttavia società finanziarie in Irlanda, Lussemburgo e Malta. La casa automobilistica ha spiegato che non esistono modelli “artificiali” di pianificazione fiscale e che soprattutto “in periodi di crisi è importante poter accedere alla liquidità globale”.

Il caso Fresenius: girandola di società dalle Cayman a Panama per abbattere l’aliquota media – Pochi mesi fa, una dettagliata analisi del Centre for International Corporate Tax Accountability and Research (Cictar), ha sollevato il caso Fresenius, tra le più grandi società al mondo nell’ambito dei servizi medicali, con un fatturato di oltre 35 miliardi di euro e quasi 300.000 dipendenti nelle numerose controllate in giro per il mondo. E anch’essa presente tra le 30 società del Dax. Il Cictar ha rivelato la complessa architettura utilizzata dalla multinazionale per abbattere l’imponibile nei Paesi con una tassazione maggiore e incrementarlo in quelli con aliquote più basse. I ricavi di Fresenius si realizzano per la maggior parte in Paesi che hanno un’aliquota superiore al 30%, ma nel 2018 è riuscita a costruirsi un’aliquota media globale del 18,2 per cento. In India, dove l’aliquota è del 35%, la sussidiaria Fresenius Kabi Oncology ha riportato negli ultimi quattro anni una perdita media del 5,8 per cento. In Australia, dove l’aliquota è del 30%, la controllata Fresenius Kabi ha riportato zero profitti in un periodo di tre anni. In Germania, dove realizza il 23% delle vendite e dove si trova il 32% dei suoi dipendenti, Fresenius ha registrato nel 2018 solo il 10% del reddito ante imposte complessivo. Sulla base di queste stime i dipendenti tedeschi negli ultimi quattro anni avrebbero dunque registrato una produttività pari alla metà della media del gruppo, con una redditività sulle vendite, in Germania, inferiore del 50 per cento. I prestiti intra-gruppo sono uno strumento utilizzato dal gigante medicale per eludere la tassazione. Secondo lo studio, Fresenius utilizza società finanziarie in Lussemburgo, Irlanda, Olanda e Delaware per distribuire prestiti per 9 miliardi di euro. Due società finanziarie irlandesi del gruppo, nonostante non abbiano impiegati, hanno raccolto 47 milioni di euro di profitti nel 2017 semplicemente prestando denaro ad altre sussidiarie in Spagna e negli Stati Uniti. Ma la società è presente anche in molti dei paradisi fiscali del globo: isole Vergini Britanniche, Hong Kong, Singapore, Panama. Le sussidiarie alle Bermuda, alle Cayman e a Malta, in particolare, offrono servizi di assicurazione captive, si tratta cioè di società di assicurazione e riassicurazione create dalla capogruppo per assicurare i propri rischi. “Un altro strumento usato frequentemente per trasferire profitti ed eludere le tasse”, dice il Cictar.

La Germania è il Paese Ue che perde più soldi per colpa dei paradisi – Secondo i dati di aprile dello studio “The Missing Profits of Nations” di Gabriel Zucman, Thomas Tørsløv e Ludvig Wier, la Germania è il Paese dell’Unione Europea che perde più risorse a vantaggio delle proprie aziende e dei paradisi fiscali, in Europa e nel mondo. Berlino perde ogni anno quasi 20 miliardi di dollari di tasse, il 26% delle proprie entrate fiscali dalle aziende. Sarebbero 65 i miliardi di profitti da tassare che mancano all’appello, di cui 53 diretti nei paradisi fiscali europei (principalmente verso Lussemburgo e Olanda) e 12 in quelli extraeuropei. Eppure è difficile considerare la Germania come un Paese ostile alle imprese. Anche perché la natura federale e il suo modello amministrativo hanno fatto sì che la competitività fiscale sia sempre stata considerata un’arma da impugnare piuttosto che un fattore da cui difendersi. In un’altra analisi del gruppo dei Verdi – Alleanza Liberale Europa, pubblicata a gennaio dello scorso anno, si evidenziava che le multinazionali della Germania erano quelle che godevano di una delle differenze più ampie tra l’aliquota nominale e quella effettiva. A fronte di un’aliquota nominale media del 29,5%, le imprese analizzate erano riuscite a spuntare mediamente un’aliquota effettiva del 19,6%, 10 punti percentuali in meno. Le imprese italiane, a titolo comparativo, a fronte di un’aliquota nominale del 31% mostravano un’aliquota effettiva del 30,4%, la più alta dell’Unione Europea. In Germania questo è possibile anche grazie ai tre diversi piani su cui è articolato il sistema fiscale: quello federale (Bund), quello statale (Länder) e quello comunale.

Sempre più competizione fiscale interna tra villaggi e città – L’abbattimento delle tasse per le imprese e per i redditi più alti perseguito negli ultimi 20 anni dapprima con il governo Schröder e poi con i governi Merkel (tra cui la riduzione dell’imposta sui redditi delle società dal 45% al 15%) ha sempre più ristretto i margini di manovra dei Länder e dei comuni. Achim Truger, docente e tra i consiglieri del Parlamento e del governo dallo scorso anno, nel 2011 aveva calcolato che a seguito delle riforme fiscali avanzate tra il 1998 e il 2011 la Germania aveva rinunciato a circa 370 miliardi di euro di introiti, di cui oltre 190 spettanti ai Länder e 42 ai comuni. Esacerbando la competizione fiscale, già esistente, tra i 16 Stati e le singole realtà cittadine: una storia, come visto, ultrasecolare. Norderfriedrichskoog, un villaggio con meno di 50 abitanti nelle vicinanze del confine con la Danimarca, per anni è stato un celebre paradiso fiscale interno alla stessa Germania, offrendo a centinaia di aziende – tra cui affiliate di Deutsche Bank, Eli Lilly, Unilever, Lufthansa, E.On – un’imposta comunale dello zero per cento. Fino a quando, nel 2004, venne introdotta a livello federale un’imposta comunale minima del 7 per cento.

Mai si è interrotta, però, la competizione territoriale. Nel 2008 fece rumore la decisione della Borsa di Francoforte di trasferire staff e operazioni nel vicino sobborgo di Eschborn, a circa 10 km dalla città. Nelle mire dell’ex numero uno della Borsa, Reto Francioni, c’era la volontà di portare l’aliquota fiscale pagata dal gruppo al di sotto del 30%, dal 31%-33% versato precedentemente. Con circa 20.000 abitanti, Eschborn ospita adesso 30.000 lavoratori, e vede la presenza di sussidiarie di Deutsche Bank, Siemens, Deutsche Telekom, Ernst & Young, Continental e Vodafone. Grunwald, sobborgo di Monaco di Baviera, ha invece un’imposta sul commercio e sull’industria pari alla metà di quella della adiacente metropoli, a cui, con 11.000 abitanti e 7.000 aziende, sottrae ogni anno risorse generando ricavi per diverse centinaia di milioni. Innescare la spirale della competitività fiscale non è infatti un gioco a somma zero, ma ha un unico vincitore: le aziende. Nel Nordreno-Vestfalia, il Land più popoloso, la cittadina di Monheim dal 2012 ha ridotto quasi ogni anno il moltiplicatore della propria imposta commerciale, attraendo divisioni di grandi imprese come Bayer e Basf, a danno delle città più vicine. Ben 30 di queste lo scorso luglio hanno firmato una dichiarazione congiunta per protestare contro il dumping fiscale dei propri vicini. Il sindaco di Düsseldorf, Thomas Geisel, nell’occasione aveva dichiarato: “Mi oppongo fermamente alla cannibalizzazione delle imposte comunali. Non possiamo permettere che il dumping fiscale ci renda tutti perdenti. Le città hanno bisogno di queste entrate per il bene dei cittadini”.

Un’iniziativa che tuttavia è rimasta lettera morta: a dicembre la città di Leverkusen, a 15 chilometri da Monheim, ha approvato l’abbattimento della propria tassa commerciale, portandola allo stesso livello della sua vicina concorrente. Con questo provvedimento la città si attendeva sulla carta 135 milioni di euro in più, puntando sull’afflusso di nuove attività da altri territori, e rinunciando contestualmente a finanziamenti statali dello Stärkungspakt (“patto di rafforzamento”) per dare respiro alle finanze comunali. Ma, complice l’imprevista recessione globale, la decisione della giunta potrebbe essersi rivelata un vero e proprio boomerang per le casse comunali, già costantemente in perdita e sottoposte al controllo del governo distrettuale. “Il coraggio è all’inizio dell’azione, la felicità alla fine”, aveva commentato, citando Democrito, il capogruppo della Cdu in Consiglio comunale nel presentare il progetto. Ma poi aveva aggiunto, dal libro dei Proverbi: “Prima della caduta c’è l’arroganza”. I cittadini di Leverkusen sperano che non sia così.

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