Il clima da basso impero che si respira leggendo le cronache politiche sembra davvero rappresentare la fine di un mondo, dei personaggi che l’hanno costruito plasmandolo come lo conosciamo e delle culture che lo hanno animato, slogan e parole d’ordine compresi. Fra queste “sburocratizziamo”, intendendo con ciò l’azione di liberare il paese dai vincoli determinati da leggi e regolamenti, così intorcinati e asfissianti da mortificare qualunque possibilità di efficienza, economicità e progresso. Come se fossero così per caso o per intervento di una qualche divinità e non per la sedimentazione di lobbismi e interessi particolari, impastati con rendite di posizione e sistematica elusione della responsabilità da parte di chi dirige, specie nel settore pubblico.

Per “sburocratizzare”, secondo la vulgata di gran parte della politica nostrana – parte del M5S compreso -, occorrerebbe derogare da qualunque regola, nominando dei commissari da mettere alla guida di procedimenti e processi che ne sarebbero così di molto accelerati producendo benefici incredibili per la collettività: semplificazione, trasparenza, efficienza e professionalità. Non è così, basterebbe studiare la Storia, quella remota e quella recente, ma ancora sono in tanti a credere nelle scorciatoie. Oppure, più utilmente, si potrebbe partire da qualche esempio per costruire interventi che facciano respirare l’Italia senza ammorbarla di malaffare più di quanto non lo sia già. Eccone uno.

Il Comune di Torino ha bisogno di quattro nuovi dirigenti, perciò procede applicando l’art. 87 del dl Cura Italia del 17 marzo scorso: il 15 aprile la Giunta Comunale delibera l’avvio delle procedure concorsuali. Il 22 aprile il dirigente del Servizio Formazione, Qualità e Controllo di Gestione della Divisione Personale adotta i bandi e rende pubblici gli avvisi della selezione. Il 24 (due giorni dopo) gli avvisi vengono pubblicati. I candidati avevano tempo fino al 7 maggio per presentare le domande di partecipazione. Entro il mese di maggio, fatta la selezione, i quattro nuovi dirigenti potranno prendere servizio. Dal 17 marzo, data del varo di Cura Italia che libera i concorsi, al 31 maggio, data presunta di fine procedura, fanno due mesi e mezzo. La dimostrazione che la PA, almeno per quanto riguarda il Comune di Torino, sa fare le cose bene e in fretta e che le lungaggini, quando ci sono, non dipendono dalle regole, ma dalle persone, a cominciare da chi dirige.

Uno dei quattro nuovi dirigenti andrà a occuparsi di “Transizione digitale della Città”. Non va dimenticato che la ministra Paola Pisano, che nel governo si occupa di Innovazione tecnologica e digitalizzazione, proviene proprio dall’Amministrazione comunale torinese. Così il neodirigente potrebbe rinverdire i fasti passati di quando Torino aveva un ruolo trainante e di modello, per esempio, nella gestione delle pratiche edilizie e non solo in quella. Però l’eccellenza per adesso sembra finire qui.

Infatti, al momento di compilare le domande per partecipare ai concorsi, si torna all’età della pietra, del consumo spasmodico di carta e della burocratizzazione ottusa di ciò che con un’applicazione da pochi spiccioli potrebbe essere svolto con semplicità, linearità, economia. La procedura del Comune prevede che il candidato scarichi il modulo della domanda di partecipazione in formato pdf non modificabile, che venga compilato, sottoscritto, scansionato e rimandato a una casella di posta elettronica normale, non a una pec, come sarebbe normale che fosse. Così il Comune dimostra di non conoscere l’esistenza dei pdf compilabili, sottoscrivibili on line per essere rimandati senza bisogno di stampante e scanner. Alla domanda deve essere allegato il curriculum: invece di chiederlo in formato europeo, visto che la commissione dovrà effettuare una comparazione fra i candidati, agli stessi viene proposta la compilazione di un foglio excel, naturalmente dopo aver compitato il manuale di istruzione allegato. Altro che transizione digitale, davvero una prestazione scarsa in rapporto al compenso del Responsabile Unico del Procedimento, sui 100mila euro l’anno.

Che di ben “sburocratizzare” ce ne sia un gran bisogno, specialmente per agevolare il cittadino e sostenere l’imprenditore che deve mettersi a posto e rispettare le regole per dare sostanza e qualità dalla sua attività, sempre per restare alla Città di Torino, ce lo dice la gestione del Suap, lo Sportello Unico per le Attività Produttive. Si occupa di tre tipologie di autorizzazioni: i chioschi, il commercio ambulante e fisso, il noleggio di automobili con conducente. Stesse modalità arcaiche descritte sopra, accompagnate da 156 pagine di manuale per gli utenti da leggere per capire quali modelli scaricare e come compilarli. Così cittadini e imprenditori si arrabbiano e la burocrazia moltiplica figure e funzioni per districare la matassa che essa stessa ha generato.

Di una pubblica amministrazione più semplice e snella ne abbiamo già un gran bisogno oggi, ma tra poco, quando occorrerà rimboccarsi le maniche per ripartire e recuperare, la politica nazionale e locale non avrà più alibi. O la giungla dell’arbitrio, verso il sottosviluppo; o la buona “sburocratizzazione” dei cittadini, finalmente uguali davanti allo Stato.

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