Non bisogna essere un esperto di urbanistica per rendersi conto che qualcosa non quadra nella nuova segnaletica, bella e fiammante, ancora fresca di pittura, che fa la sua figura in Corso Venezia a Milano, la strada imperiale dove Napoleone era di casa, dove nei palazzi ancora abita la vecchia aristocrazia. Ma il piano che ha preso il via in piena emergenza sanitaria comprende 22 chilometri di corsie che vanno dal centro alla periferia, nessuno escluso, da Piazza San Babila a Sesto San Giovanni. Che al Comune definiscono: flessibili, veloci.

Spazio ai pedoni incanalati su due corsie, in mezzo quella riservata ai ciclisti. Quello che lascia qualche dubbio è proprio quella più esterna, a un passo, letteralmente parlando, dalle auto che visto l’ampiezza del viale sfrecciano veloci. Ho sentito dire dal primo pedone, assai perplesso, mentre si avventurava sulla carreggiata più esterna: “Se qualcuno vuole suicidarsi, il Comune ti dà una mano”.

Le persone disabili hanno il loro spazio per parcheggiare ma per raggiungere il marciapiede devono attraversare la corsia dei runner su due ruote, non so se mi spiego. Anche a chi esce dai monumentali portoni viene indicata la retta via (troppo facile girare a destra o sinistra sul marciapiede) per fargli provare quel brivido in più del ciclista che lo evita per un soffio (perché vogliamo essere ottimisti).

Viene il dubbio: forse i nuovi pupazzetti – che farebbero sorridere anche lo street artist Keith Haring – sono figli dello stesso decreto congiunti/afffetti/stabili e affini? Vabbè i quadri di Haring adesso valgono milionate di euro, mentre qualche poltrona a Palazzo Marino sembra essere un vuoto a perdere (oppure mentre vedo in bilico qualche poltrona al Comune).

Se rimettiamo in marcia la Lombardia partendo dalla segnaletica, forse, era meglio prolungare il lockdown…

Ps. Quanto costerà la pioggia di danaro pubblico che i “giacobini” del Comune chiamano la “rivoluzione dolce” della mobilità?

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