Alla fine del post della scorsa settimana avevo accennato all’annuncio di un decreto, da parte delle autorità saudite, relativo all’abolizione della pena di morte per i rei minorenni, ossia le persone condannate alla pena capitale per reati commessi quando avevano meno di 18 anni.

Un provvedimento da molti salutato positivamente, in un paese che nel 2019 su un totale di 184 esecuzioni ha messo a morte almeno sei minorenni al momento del reato. Il decreto nel frattempo è stato pubblicato: è prevista, al posto della pena capitale, una condanna a un massimo di 10 anni di carcere.

Secondo quanto riportato dagli organi di stampa ufficiali, le procure avrebbero ricevuto ordini di non emettere ulteriori condanne a morte nei confronti dei rei minorenni e di riesaminare quelle già emesse. Ma c’è un dettaglio non da poco: la norma non riguarderà i condannati ai sensi della Legge antiterrorismo, che contiene una serie di disposizioni vaghe e generiche che hanno già portato i tribunali sauditi a emettere sentenze – detentive o a morte – nei confronti di persone che avevano solo espresso le loro opinioni o avevano manifestato pacificamente il loro dissenso.

Come Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon, tre rei minorenni condannati alla pena capitale al termine di processi farsa celebrati dal Tribunale penale speciale, la corte antiterrorismo. Sono stati arrestati nel 2012, quando avevano rispettivamente 17, 16 e 17 anni per aver partecipato a proteste antigovernative nella Provincia orientale, dove vive la discriminata minoranza sciita.

Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon fanno parte degli almeno 13 rei minorenni in attesa dell’esecuzione. Per loro tre, e per quelli che in futuro commetteranno i loro stessi “reati”, la nuova legge non varrà.

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