I dati del rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2019, pubblicati il 21 aprile, sono sconfortanti per quanto riguarda la regione di cui si occupa questo blog.

Le esecuzioni sono raddoppiate in Iraq (da 52 a 100), rimaste stabilmente alte in Iran (251), aumentate in Egitto (32).

Ma è l’Arabia Saudita ad aver stabilito un triste primato con 184 esecuzioni (nel 2018 erano state 149), il numero più alto dal 2000, l’anno in cui Amnesty International iniziò a monitorare l’uso della pena capitale nel regno saudita.

Una ricerca dell’organizzazione non governativa Reprieve ha aggiunto un altro elemento: da quando, il 23 gennaio 2015, re Salman è succeduto a re Abdallah, le esecuzioni sono pressoché raddoppiate. Erano state 423 dal 2009 al 2014 mentre nel periodo 2015-2019 sono state 800.

Dunque le affermazioni del principe della Corona Mohamed bin Salman che il governo sta limitando l’uso della pena di morte sono – come molte sue altre – lontane dalla realtà.

L’Arabia Saudita si distingue per un’altra macabra “specialità”, la messa a morte di minorenni al momento del reato: sono stati almeno sei lo scorso anno e altri 13 sono nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione. Non è chiaro se la cancellazione della pena di morte per i rei minorenni, annunciata ieri dalla Commissione statale per i diritti umani, riguarderà anche loro.

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