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di Sandro Sessarego

I locali di 6th Avenue — la strada della movida — non aprono da settimane, gli uffici commerciali del centro rimangono chiusi e, soprattutto, le aule dell’Università del Texas, il vero motore economico e culturale della città, non riapriranno le loro porte agli studenti fino a data da destinarsi, sicuramente non prima di settembre. La città di Austin, capitale del Texas e capitale mondiale della musica dal vivo, sembra una città fantasma. Pochi giorni dopo la cancellazione del più grande festival artistico della città, il South by Southwest, le strade di Austin sono perlopiù deserte.

La musica è cambiata nella capitale della musica (e nel resto del paese). Se fino a qualche settimana fa si minimizzavano i rischi del Coronavirus, con il presidente Trump che annunciava che si trattava di poco più di una banale influenza, nel corso degli ultimi giorni, accompagnati da un incremento esponenziale delle vittime e dei contagi, si è arrivati alla cancellazione progressiva di eventi pubblici di ogni tipo, fino alla chiusura di tutte le attività economiche non essenziali.

Al giorno d’oggi gli Stati Uniti sono il paese che ha registrato il più alto numero di persone infettate dal virus, con la città di New York epicentro della pandemia americana. Oltre ai rischi sanitari, difficili da calcolare in un paese in cui più di 27 milioni di persone sono sprovviste di assicurazione medica, vi sono anche i danni economici e le ripercussioni politiche loro connesse.

Negli ultimi anni, il paese ha registrato tra i più bassi indici di disoccupazione nella storia (circa il 3,5 %). Numeri che il presidente Donald Trump ha sfoggiato con orgoglio e in linea con il famoso motto MAGA, “Make America Great Again”. Sfortunatamente, nel corso dell’ultimo mese la disoccupazione è schizzata al 4,4%, e si prevede che i numeri continuino a peggiorare ad aprile, dato che i consumi e la produzione di beni e servizi sono stati ridotti ulteriormente dalle progressive misure di lockdown. Il rischio è quindi che alla crisi sanitaria si aggiunga anche quella economica.

Lo scenario non si presenta affatto rassicurante per l’amministrazione Trump. I democratici continuano ad incalzare le politiche del presidente, che a loro dire non ha operato in maniera tempestiva, minimizzando prima i potenziali rischi del virus, agendo solo quando ormai era troppo tardi. Da parte sua, il presidente ha promesso grandi incentivi economici a famiglie ed imprese (2mila miliardi di dollari in aiuti approvati dal Congresso, che si sommano ai 4mila miliardi di stimoli stanziati dalla Riserva Federale).

Ha poi attaccato verbalmente il governo cinese per aver tenuto nascosti per troppo tempo i dati relativi alla pericolosità del virus. Nel corso di varie interviste si è riferito al Covid-19 chiamandolo “the Chinese virus”, parole che hanno provocato la reazione dell’opposizione, che ha accusato Trump di non essere “politically correct”.

C’è da dire che le accuse di questo tipo non hanno mai danneggiato l’immagine di Trump agli occhi dei suoi sostenitori, anzi, tutto il contrario. Bisogna però capire se il presidente riuscirà a far fronte alla crisi imminente in vista delle elezioni nazionali di novembre. Nel mezzo di questa incertezza, gli effetti del Covid-19 sul sistema Usa sono quindi ancora molto difficili da determinare. Riuscirà questo paese a far fronte all’imminente crisi sanitaria ed economica che lo aspetta? Quali saranno le conseguenze politiche di tutto ciò?

Per il momento si può solo constatare che la musica è cambiata: le note dell’inno MAGA, che per molti simboleggiavano la speranza di un nuovo boom economico, nel giro di poche settimane hanno acquisito i toni cupi di un preludio musicale incerto, che potrebbe anticipare una delle più grandi crisi sociali degli ultimi tempi.

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