Gli sponsor, un nuovo Totocalcio, un fondo salva-calcio finanziato dai proventi del betting. Nel caos generale dovuto all’emergenza Coronavirus, nel dubbio su come, quando e soprattutto se la stagione potrà mai riprendere, per i padroni del pallone pare esserci una sola certezza: il calcio italiano si aggrappa alle scommesse.

La Serie A, che di fantasia non ne ha mai avuto troppa, procede sempre un po’ per ossessioni: quella storica sono i diritti tv, primo se non unico interesse di tutti i ricchi presidenti. Adesso che però anche quel sistema si è inceppato (senza partite non c’è nulla da trasmettere, bene che vada le emittenti onoreranno il contratto in essere), per fronteggiare l’emergenza il calcio torna alla sua altra passione. È curioso come le proposte avanzate finiscano spesso lì, al mondo scommesse sportive, magari eticamente discutibile (non tutti i giochi vanno demonizzati, il confine con la ludopatia è sottile), di sicuro ricco e generoso, visto che a fronte di un giro d’affari milionario le aziende del settore hanno investito nei campionati top d’Europa circa 600 milioni di euro nell’ultimo decennio.

Così la Serie A ha provato a sfruttare l’emergenza per far cadere il divieto di sponsor introdotto nel 2019 dal Decreto dignità: ufficialmente per una stagione, ma si sa che da cosa nasce cosa. Il M5S (che quel provvedimento l’aveva fortemente voluto) si è subito messo di traverso e così la misura è sfilata in secondo piano. Della trovata della Lega calcio di creare un nuovo “Totocalcio” inutile discutere: già il vecchio se la passa male, l’ex sottosegretario Giorgetti l’ha affidato a Sport e salute per rilanciarlo ma per ora non se ne hanno notizie, se la Serie A pensa di potersene fare uno suo, che funzioni, faccia pure.

Di diverso tenore, e anche differente finalità, la proposta della Figc di creare un “fondo salva-calcio”, in grado di sostenere con liquidità e prestiti agevolati le società messe in ginocchio dalla crisi, non solo quelle di Serie A (che dovrebbero saper badare a se stesse), ma delle categorie inferiori, più bisognose di sostegno perché rappresentano la base del movimento. Bella idea, che si scontra però col solito ostacolo: come lo finanziamo questo fondo? La FederCalcio ci metterà del suo, qualcosa potrebbe arrivare dalla Fifa o dalla Uefa, ma solo in via straordinaria. Ed ecco che anche qui si torna al betting: il presidente Gabriele Gravina ha chiesto un prelievo dell’1% dalle scommesse sul calcio, per far valere il diritto d’autore che spetterebbe al pallone sulle sue competizioni. Considerando che le scommesse sul calcio valgono circa 9 miliardi l’anno (fonte Report Calcio 2019), parliamo di almeno 90 milioni (anche se pure questa cifra è inevitabilmente destinata a calare per effetto del Coronavirus).

Una rivendicazione magari anche legittima (in Francia esiste qualcosa di simile) se non fosse che non è nuova, e che fin qui non è mai andata bene. Era il cavallo di battaglia del buon vecchio Tavecchio e addirittura del suo fido Macalli, ex n.1 della Serie C, che aveva dato mandato al compianto giurista Viktor Uckmar di studiare un sistema per rimpinguare le casse del pallone quando il Coni di Malagò aveva tagliato i contributi alla Figc. C’è un problema, però: da quel giro d’affari, da cui lo Stato ricava un gettito erariale di circa 200 milioni, viene parte dei contributi pubblici che ogni anno il governo destina a tutto lo sport italiano. Se una fetta finisse direttamente al pallone (come avveniva in passato col Totocalcio), qualche altra disciplina ne avrebbe di meno. Vero è che intanto l’ultima riforma Giorgetti ha fissato la cifra minima di 400 milioni per il movimento, ma comunque la coperta resterebbe corta. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Il calcio di idee non ne ha mai avute tante. La vera novità è che ora ha finito pure i soldi.

Twitter: @lVendemiale

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