C’è una scena de L’attimo fuggente, anzi, una battuta, che mi ha sempre colpito. No, non quella famosa, “O Capitano mio Capitano”, tutti in piedi sul banco e giù lacrime. C’è questa scena in cui il professor Keating porta i ragazzi in giro per la scuola, e lui aveva gente in giacca e cravatta, seria e motivata, mica i miei che si inabissano nella felpa e ti guardano brutto. Il prof tiene l’ispirato discorso sul tema del carpe diem, del cogliere l’attimo, facendo riflettere gli studenti sul tempo che passa e la caducità della vita, e uno, alla fine, non ricordo più neanche chi fosse, chiede a un suo compagno “ma dici che poi, alla fine, questa roba ce la chiede?”

Ecco. Perché tu puoi fare la lezione più esaltante della tua carriera, puoi produrti nel più trascinante dei monologhi, puoi trascorrere l’ora gettando il programma alle ortiche e arrivando a parlare dei massimi sistemi e ce ne sarà sempre uno, almeno uno che ti guarderà con l’occhio del branzino al sale e poi alzerà la mano per chiedere “sì, ma questa cosa, che non è sul libro, nella verifica ce la mette?”. Insomma, le grandi domande della vita non sono “chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?”, ma “il voto ce lo mette?”.

E adesso che i ragazzi li vediamo un po’ così, a quadretti sul monitor, oppure li sentiamo per telefono, oppure correggiamo i loro scritti ma non sono loro a portarceli alla cattedra, spiegando in che ordine vadano lette le frecce e gli asterischi e chiedendo “capisce, prof?”, ecco, adesso che siamo distanti, la domanda di tutti è: ma ‘sta roba che facciamo, la valutiamo?

Siamo bravissimi a spaccarci in fazioni, in questo paese. Oddio, fortuna che c’è qualcosa su cui litigare, visto che il campionato è fermo. Ci sono i forcaioli del “bocciateli tutti, ma quale scuola, questi sono in vacanza, quest’anno non vale!”, ci sono i “liberi tutti, la gente sta male, la scuola è l’ultimo dei pensieri, promuoveteli tutti!”. Ci sono quelli che “mio figlio ha sempre studiato e adesso deve passare come quello là che non ha mai dato un colpo?!”, che un po’ hanno ragione, eh. Quelli che “se non gli facciamo fare le verifiche, questi qui non studiano più!”, che un po’ è vero, eh. Quelli che “ma almeno le quinte devono allenarsi a parlare in vista del colloquio, io li interrogo”, che un po’ è giusto, eh. E quelli che “ma se ci sono i genitori che suggeriscono, i bigliettini attaccati al computer, ma come facciamo a controllarli?!”, che un po’ capita, eh. A parte che i bigliettini e i suggerimenti e pure i genitori invadenti capitano anche in classe, ma questo è un altro discorso.

Comunque la si guardi, ci si prende a male parole. A pensarci bene è divertente: che la scuola sia in presenza o a distanza, vedo che la costante è quella di prendersela con gli insegnanti e dirci quello che dobbiamo fare e come. Meno male, perché io vorrei che qualcuno mi dicesse cosa devo fare e come farlo, visto che mi sento un po’ come sulla famosa nave sanza nocchiere in gran tempesta.

Valutiamo, non valutiamo, mettiamo i voti blu, i voti grigi, i voti a matita, mettiamo solo i giudizi, mettiamo un più sul registro, facciamo un disegnetto, una faccina, monitoriamo la curva dell’andamento del ragazzo (questa mi è piaciuta tanto, ho sempre sognato di monitorare una curva).

Vorrei far timidamente notare che, in tutto questo, tentiamo anche di insegnare qualcosa. Una regola, un procedimento, una parola, una poesia. Che non sappiamo mica, un domani, quando usciremo da qui, quel che potrà servire. Nel frattempo, tanto vale imparare.

*professoressa presso l’Istituto professionale Lombardi (Vc). Autrice della pagina Facebook Portami Il Diario

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