Cosa può fare e cosa fa la fotografia nell’accadimento della pandemia?

In molti paragonano questa situazione a un fronte di guerra, e in guerra va un fotografo di guerra, professionista preparato (in verità non sempre) che sente una chiamata, assumendo su di sé il ruolo di testimone, di “nostri occhi”, per mostraci quel che noi non possiamo direttamente vedere.

Il Coronavirus è una cosa maledettamente seria, e non consente a mio parere di prenderlo a pretesto per “cazzeggi fotografici tanto per”. Ci sono attualmente ottimi fotografi che stanno lavorando sulle conseguenze sociali, sanitarie ed economiche del Covid-19, contribuendo a creare la memoria storica collettiva di questo periodo epocale, compito fondamentale della fotografia documentaria, data mille volte per morta fino a quando non riappare chiara la sua funzione insostituibile, proprio in frangenti come questi.

Ci sono poi autori molto capaci che declinano il racconto in chiave intima, introspettiva e personale, generando lavori concettuali a volte molto potenti. Se il fotoreporter si trova in questo momento “in trincea”, nulla vieta che possa nascere un lavoro intenso anche nell’ambito della nostra reclusione domestica, ma occorre un punto di vista, un’idea forte.

E qui casca l’asino. Mi risulta difficile digerire che il Coronavirus venga considerato – come una nevicata fuori stagione – un argomento da fotografare rivolgendo a tutti indistintamente l’invito a cimentarsi. Il fatto di esserne coinvolti e di averlo vicino non significa che migliaia d’inutili foto ripetitive, sciatte e banali, contribuiscano ad aprirci gli occhi. Il rischio, al contrario, è la banalizzazione. Fioriscono un sacco d’iniziative che ci sollecitano a inviare, postare, mostrare, caricare le foto delle nostre giornate blindate. E piovono quantità di divani, di ciabatte, di figli che giocano, di cagnolini, di gente davanti al PC, di crostate. Ma è davvero utile, davvero sensato tutto questo quando là fuori c’è la guerra? Certo, raccontare pubblicamente le nostre giornate può essere di sollievo facendoci sentire tutti sulla stessa barca, ma pochi lo fanno – per esempio – scrivendo. Perché? Perché ci si accontenta di un selfie in pigiama pensando di avere detto qualcosa al mondo?

Prima che le misure di contenimento si irrigidissero, uno sport molto praticato era produrre “cartoline dal Coronavirus”, ricerca estetizzante della “meraviglia” di piazze vuote nelle città metafisicamente sospese, deprivate dei loro abitanti. Non troppo dissimili, peraltro, da quelle a Ferragosto. Mi chiedo, provocatoriamente, per quale motivo costoro non siano andati in precedenza a fare il medesimo grandioso progetto sulla città vuota a Wuhan o, se mossi dalla vocazione del reportage, non siano volati a documentare le conseguenze di Ebola in Africa. James Nachtwey o i fotografi della Magnum, per dire, non si fanno problemi di chilometraggio, un evento da documentare è un evento da documentare sempre, non solo quando è a portata di mano.
La mia rigidità mentale da insopportabile intransigente mi fa ritenere che il “metoto Instagram” applicato alla tragedia che il pianeta sta attraversando sia non solo inadeguato, ma anche superficiale, inconsapevole, semplicistico, disimpegnato e inconcludente, insomma molto discutibile.

È solo il mio personalissimo sentimento, legittimamente contestabile, che parte dall’immenso rispetto che ho circa il ruolo della fotografia come testimonianza forte e possibilità di approfondimento. La città vuota, la signora con la mascherina a fiori e l’ambulanza che entra in ospedale ce li fa già vedere il telegiornale, la fotografia deve lavorare su altro, su ben altro. Cosa fotograferebbe, oggi, W. Eugene Smith?

Sento già i commenti e le obiezioni sul cambiamento della fotografia come comunicazione interpersonale, come conversazione tra persone usando immagini al posto delle parole, nella logica da social network. Certo, nessun passatismo, ma perché alimentare il flusso dell’ovvio che in questo momento rischia di anestetizzarci? Meglio restare svegli e vigili, chiedendo a chi lo sa fare di farci vedere e capire quel che da soli non possiamo vedere e capire.

In rete si può utilizzare la fotografia in modi realmente utili, come per esempio sta facendo il magazine Perimetro con una vendita online di fotografie d’autore il cui ricavato andrà a favore dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, impegnato fino allo stremo in questa battaglia.

Ribadisco: chi riesce a concepire un lavoro davvero significativo restando a casa deve farlo, e sarà importante averlo fatto. Io, che per ragioni professionali come fotogiornalista potrei/dovrei affacciarmi in presa diretta sull’evento e testimoniarlo, non lo sto facendo, in un mio colpevole misto di torpore, vigliaccheria e senso d’inadeguatezza.

Si può approfittare di tutto questo tempo forzatamente libero per crescere fotograficamente in un modo infallibile: approfondendo e assimilando la lezione dei grandi maestri di ieri e di oggi, penetrando con lentezza, concentrazione e passione le fotografie che loro ci hanno consegnato. In questo senso la rete offre possibilità illimitate, sebbene sia impareggiabile il piacere di sfogliare un grande libro fotografico con le immagini ben stampate, da toccare, annusare e “ascoltare” mentre sembra quasi che siano le fotografie, dalla pagina, a guardare te.

Della foto di Fuffi sdraiato sul tappeto a casa della signora Pinuccia, in questo momento, non me ne importa nulla, scusandomi con Fuffi e con la signora Pinuccia della mia tremenda insensibilità.

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