“Tagliamo gli stipendi ai calciatori”. È la proposta più popolare (e populista) che ci sia, seconda forse solo al taglio degli stipendi dei parlamentari. Stavolta, però, è sacrosanta: nella situazione attuale, con tutti i campionati d’Europa sospesi a tempo indeterminato per l’emergenza Coronavirus, è impensabile che i giocatori continuino a percepire i loro compensi milionari. E questo non per la retorica sui compensi milionari: perché loro non sono semplici dipendenti, ma protagonisti principali del sistema calcio, di cui devono condividere anche le perdite, specie ad alto livello: se si fermano i ricavi, si devono bloccare anche le spese (cioè innanzitutto gli stipendi). La Juventus l’ha fatto per prima, e ha fatto bene, ma nel modo sbagliato: pensando solo a se stessa, come sempre. E come ha fatto pure il sindacato calciatori, che ancora una volta ha dimostrato la sua inutilità.

Sabato sera, al termine di una lunga settimana in cui la Serie A ha discusso in maniera estenuante dei soliti temi, la Juve ha spiazzato tutti annunciando ufficialmente l’intesa con calciatori e allenatore. In attesa di capire che ne sarà della stagione, l’accordo prevede una riduzione dei compensi pari a quattro mensilità (da marzo a giugno), di cui però in realtà solo due dovrebbero essere proprio tagliate, le altre spalmate sul prossimo anno. Così la società risparmia 90 milioni e mette più o meno in sicurezza il bilancio 2020, pericolosamente a rischio (ben prima del Coronavirus). Bravo Agnelli a trovare una formula di giusto compromesso, bravi capitan Chiellini e compagni ad accettare.

La vittoria della Juventus (di questo si tratta: l’alleggerimento dei conti societari vale più di un gol di questi tempi) è invece la grande sconfitta dell’Assocalciatori. In un momento del genere, il sindacato guidato da Damiano Tommasi avrebbe dovuto dare un segnale di disponibilità. Chiaro, immediato, a prescindere dalle formule da trovare in seguito. Invece si è perso in una serie di imbarazzanti “vedremo”, inaccettabili per chi sa di rappresentare una categoria di privilegiati. Certo, i calciatori non sono tutti Cristiano Ronaldo: ce ne sono centinaia che guadagnano cifre enormemente inferiori, quasi “normali”, e che devono essere tutelati. Ma in questo momento la tenuta del sistema è la vera priorità di tutti, pure dei calciatori, specie di quelli meno famosi che con la crisi (e la scomparsa di tante squadre) rischiano di restare a casa. E che dire delle resistenze sulla proposta avanzata dalla Figc di concedere per 9 settimane la cassa integrazione a tutti i calciatori sotto i 50mila euro? Così si risolverebbe almeno il problema della Serie C, ma pare che l’idea non piaccia alla categoria perché non garantirebbe l’intero importo del contratto e impedirebbe chi non è pagato di svincolarsi.

Adesso l’Aic è stata scavalcata dall’intesa stretta dalla Juventus con suoi giocatori. Ma ad uscire con le ossa rotte dall’accordo bianconero è un po’ tutta la Serie A. Che ancora una volta ha dimostrato di non saper ragionare ed agire di sistema. L’accordo della Juventus è cucito su misura sui conti bianconeri: va bene per la Juve, non necessariamente per le altre. Diverso sarebbe stato costruire un accordo-quadro (si pensava a un taglio lineare del 30%, forse troppo, o a delle riduzioni a scaglioni in base agli stipendi), su cui tutte le società avrebbero potuto appoggiarsi. Invece così rischia di passare il messaggio, tutto sommato gradito all’Aic, che le trattative vanno portate avanti individualmente. E per una grande squadra che ce l’ha fatta, potrebbero essercene 4-5 piccole che non ci riescono e restano nei guai.

Certo, tutto sarebbe stato più facile se anche gli altri presidenti avessero avuto idee chiare e pretese ragionevoli. Non si può pretendere di fissare improbabili riprese degli allenamenti (vero Lotito?) e contemporaneamente non pagare gli stipendi. Il taglio è giustificabile solo nell’ottica di una lunga sospensione, o proprio annullamento, della stagione. Da una parte e dall’altra ci sono solo interessi, errori, confusione. Così l’ “egoismo” di Agnelli diventa quasi comprensibile. L’immagine che ne viene fuori però è desolante: un sindacato delegittimato, la Serie A allo sbando e i potenti che fanno da sé. Insomma, il solito calcio italiano.

Twitter: @lVendemiale

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