di Federica Pistono*

In un momento segnato da un evento tragico come una pandemia, il pensiero corre inevitabilmente alle opere distopiche, ossia a quel genere narrativo che, prendendo le mosse dalla letteratura fantascientifica, prefigura situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali altamente negativi. Al contrario dell’utopia, che prospetta un mondo migliore di quello in cui si vive, la letteratura distopica ipotizza un mondo che non vorremmo mai conoscere, in cui il genere umano può ritrovarsi schiavo di un progresso tecnico disumanizzante, oppresso da un regime totalitario spietato, decimato da epidemie letali.

Fra i più noti romanzi distopici figurano 1984, di George Orwell, che racconta un futuro dominato dalla presenza del Grande Fratello, un dittatore misterioso a capo di un organismo politico soffocante e incontrastabile, Fahrenheit 451, di Ray Bradbury, che prefigura un mondo in cui i libri sono considerati come il male assoluto e vengono perciò bruciati, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, che rappresenta una società divisa in caste la cui popolazione è controllata tramite il condizionamento mentale, Il signore delle mosche, di William Golding, i cui protagonisti sono alcuni ragazzini che, bloccati su un’isola disabitata, sperimentano un disastroso tentativo di autogovernarsi. Il più recente Ragazze elettriche, di Naomi Alderman, narra di un mondo in cui le donne dispongono di un potere in grado di sbaragliare gli uomini.

La distopia è presente anche nella cultura araba, e in particolare in quella islamica, che appare a volte permeata da un senso di imminente catastrofe caratteristico di molti autori che, a partire dalla rivolta della Mecca nel 1979 sino alla seconda guerra del Golfo (2003), passando attraverso le azioni terroristiche attuate da al-Qā῾ida, rielaborano elementi della tradizione coranica, fondendoli con motivi tratti dalla cultura occidentale.

La narrativa distopica araba presenta costruzioni narrative originali, con un riuscito amalgama di eventi della politica contemporanea e di temi tratti dalla narrativa apocalittica. L’Egitto si presenta come il paese arabo che più si è distinto nella produzione di letteratura fantascientifica e distopica, sia in termini di quantità che di popolarità.

Questo panorama letterario appare segnato dal romanzo Utopia dell’egiziano Ahmed Khaled Tawfiq, un testo scritto nel 2008 e recentemente pubblicato in italiano (Atmosphere libri, 2019, trad. B. Benini), il cui successo commerciale e critico è fondato sui temi prescelti, socialmente rilevanti, e sulla combinazione di influenze occidentali, approccio narrativo postmoderno e motivi specificamente egiziani.

L’opera, indicata come l’annuncio della ‘primavera’ egiziana del 2011, racconta una storia di disuguaglianza sociale, violenza e pericolo in una società consumistica egiziana del prossimo futuro. Ambientata nel 2023, si configura come una metafora politica delineando il confronto tra due mondi: da un lato, sorgono le comunità chiuse in cui sono asserragliati i ricchi, protetti dai marines, dall’altro, si estende l’universo degli “Altri”, la massa dei poveri, dei diseredati, che vivono in condizioni di estremo degrado materiale e morale.

La trama del romanzo ricorda la fantascienza sociale europea e americana del XX secolo, anche se l’ambientazione egiziana crea un importante collegamento con la realtà che circonda il lettore arabo. Fra i temi dominanti, spesso presi in prestito dalla letteratura postmoderna europea del XX secolo, emergono quelli della degenerazione della società consumistica, dell’insensatezza dell’esistenza dell’individuo in tale società, della lenta trasformazione dell’uomo in animale. La novità del romanzo è rappresentata dal modo in cui Tawfiq adatta questi temi all’ambiente culturale arabo, giacché l’Egitto del futuro non è che una chiara allegoria dell’Egitto alla vigilia della Primavera araba.

Il pregio essenziale del libro non consiste dunque nell’intreccio o nei temi affrontati, ma nell’adattamento di tali elementi al background socio-culturale egiziano. L’opera si caratterizza per il ricorso a uno stile postmoderno, in cui si evidenzia l’uso di stilemi derivanti tanto dalla cultura alta quanto da quella di massa, per il linguaggio ricco di espressioni tratte dalla lingua inglese, per i frequenti riferimenti a opere sia letterarie (G. Orwell, H. Welles. E. A. Poe) sia cinematografiche (Platoon di O. Stone, Gangs of New York di M. Scorsese) sia teatrali (B. Brecht).

* traduttrice ed esperta di letteratura araba

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