di Leonardo Capanni

“Whatever it takes”. Questa frase, così semplice e concisa ma dal fortissimo impatto emozionale e decisionale, passò alla storia il 26 luglio 2012, quando Mario Draghi innalzò la cortina finanziaria a sostegno dell’Euro, al tempo messo sotto stress nei cosiddetti paesi Pigs; una decisione che, nella straordinarietà di situazioni e contesto, ha lasciato un’eco negli anni a venire, soprattutto nei paesi dell’area mediterranea del continente. Se potessimo però prendere in prestito quella frase così fortunata che puntava a stabilizzare un mercato sempre più sotto tensioni e speculazioni incrociate, il settore a cui oggi si applicherebbe in versione carta-carbone è quello del calcio italiano. O meglio, la Serie A.

Paziente cronicamente malato, trasandato, spesso foriero di regole a sé, ma tutt’oggi irrinunciabile per una delle dieci economie più grandi al mondo, dove ricopre il ruolo di vertice nella quinta industria nostrana per fatturato, indotto e gettito fiscale (circa 1,2 miliardi di euro annui). Ma se il peso e l’influenza della Lega Serie A è ben chiaro per ogni appassionato di sport, meno lo è il dossier avanzato nelle ultime ore dal massimo organismo calcistico italiano tramite la Figc verso il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: misure economiche specifiche per sostenere il costo del lavoro (leggi: stipendi), reintroduzione subitanea delle sponsorizzazioni da scommesse sportive, nuovi finanziamenti e ridiscussione dei diritti tv, unica vera sorgente di liquidità per un numero significativo di club dall’esposizione debitoria consolidata.

La richiesta della Lega Serie A appare, però, quantomeno in controtendenza con le altre realtà europee – simili per dimensioni e fatturato complessivo – che stanno scontando le stesse identiche problematiche in un periodo di emergenza sanitaria, sociale ed economica su scala globale. In Bundesliga, ad esempio, i quattro club che hanno avuto accesso alla Champions League – Bayern, Lipsia, Bayer Leverkusen e Borussia Dortmund – hanno “fatto cartello” donando volontariamente un totale di 20,5 milioni di euro alle società professionistiche dalla seconda serie in giù, investite più di tutte dallo tsunami coronavirus. In Inghilterra, patria della lega più ricca e seguita al mondo, sono già stati stanziati 50 milioni di sterline in favore delle serie minori, cercando di salvaguardare l’interezza di un comparto nazionale che poggia sulle esili gambe delle migliaia di club minori, spesso dimenticati dal circuito mediatico e tagliati fuori dai processi decisionali ma ancora fondamentali nello svolgere il ruolo di palestre di formazione sportiva e professionale per un ampio tessuto socio-economico.

I vertici dell’Italia calcistica, in direzione ostinata e contraria – ma non troppo, osservandone lo storico -, hanno invece imboccato la strada del tutto e subito per pochi (Serie A e, in minor parte, B) a discapito di una visione d’insieme, consociativa, non particolaristica. Dalla Lega Serie A non si è ancora vista neanche una forma pubblica di raccolta fondi o solidarietà verso un paese allo stremo delle proprie forze, impegnato sul fronte di una battaglia ben più pericolosa e decisiva di quella della continuità agonistica del suo massimo campionato di calcio; allo stesso tempo, i sei punti elaborati nella richiesta da sottoporre a ministero e governo rappresenta l’ennesima testimonianza di un antico e mai sopito vizio italico: l’sos disperato lanciato verso la Cosa Pubblica quando lo scenario appare irreversibile, quell’impellente convinzione di attaccarsi alla scialuppa di salvataggio statale solo e soltanto a nubifragio avvenuto. Come se il mondo del calcio appartenesse di diritto a una categoria a sé stante, uno ius sanguinis con privilegi esclusivi.

Così siamo arrivati a quello che si può considerare come un decisivo plot-twist, prendendo in prestito un termine da narrativa cinematografica. I vertici del mondo pallonaro italiano sono dinanzi a un bivio: continuare a trattare un’intera industria cementata per lo più su passione, radicata forza sociale e culturale, volontariato e sacrifici profusi a tutti i livelli giovanili e non professionistici come un giocattolo di proprio ed esclusivo possesso, oppure cercare, per una volta, di anteporre un interesse generale e una visione collettiva a quelle scelte egoistiche che rischiano di affondare definitivamente la poca credibilità rimasta a uno sport che, ormai da decenni, ha perso la sua anima ludica in nome del fatturato.

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