Se l’emergenza sanitaria in atto ha fatto riscoprire a molti la questione delle persone senza dimora, che in questi giorni una casa “dove stare” non ce l’hanno, gli operatori che si occupano tutti i giorni dell’accompagnamento sociale di queste persone si trovano, ancora una volta, a dover sopperire alle carenze di investimento e visione sui servizi sociali, stretti da anni tra tagli e iniziative volte a tutelare più il decoro urbano che il supporto a chi si trova in difficoltà tra fogli di via, multe e altre ordinanze volte più alla repressione che alla gestione del fenomeno.
“Da più parti si è pensato fosse sufficiente puntare sulle strutture dove ‘contenere’ queste persone che vivono in strada, ma ai senza dimora non manca solo ‘un tetto’ – spiega il responsabile dei servizi alla persona dell’associazione San Marcellino Danilo De Luise – manca un sistema equilibrato di relazioni e di fiducia in sé stessi e negli altri che gli renda possibile e sostenibile una situazione di autonomia”.

Così, chi in questi anni sembra aver pensato che le fragilità delle persone senza casa si potesse risolvere esclusivamente investendo su dormitori a bassa soglia, sottovalutando l’importanza di percorsi individuali di accompagnamento inevitabilmente più lunghi e complessi, ora che la situazione di crisi sanitaria impone l’isolamento e capacità di autonomia e corresponsabilità da parte dei singoli cittadini, è costretto a prendere atto di come i servizi alle persone senza dimora più efficaci sono quelli personalizzati, che però richiedono personale formato e competente: “Non si può pensare di ’spostare’ meccanicamente delle persone, che spesso intrecciano anche problemi di salute, dipendenze o disagio psichico, in strutture-contenitori”.

Costretti a chiudere i centri aperti durante il giorno dove chi non ha la casa poteva lavarsi, bere e mangiare qualcosa di caldo, ricevere la posta e seguire corsi di avviamento al lavoro, gli operatori di San Marcellino, realtà di promozione sociale dei gesuiti di Genova, hanno optato per offrire camere di albergo alle persone seguite e in grado di gestire questo livello di autonomia per il periodo eccezionale che stiamo vivendo: “Anche per consentire spazi più ampi e ridurre i contatti nelle comunità di seconda accoglienza dove le persone possono stare a lungo e ora devono stare anche tutto il giorno”.

Nel frattempo il Comune di Genova, grazie a Sant’Egidio e le cooperativa Afet e Agorà, la scorsa settimana è riuscito a implementare i servizi aggiungendo 20 posti letto nella struttura del Massoero, mentre altri 54 posti verranno allestiti nell’ex-ostello comunale, chiuso e abbandonato da tre anni.
“Fin dall’inizio dell’emergenza coronavirus abbiamo trasformato le residenze da notturne in continuative – spiega Francesca Fassio, assessore alle politiche socio sanitarie – Non possiamo obbligare nessuno ad andare in una struttura di accoglienza, ma anche grazie alle associazioni stiamo rintracciando tutti coloro che sono ancora in strada per invitarli a recarsi in una delle strutture: i posti ci sono”.
La speranza degli operatori è che questa crisi sanitaria possa essere un’occasione per “rivedere e reinvestire sui servizi sociali alle persone che vivono in strada, come sulla sanità pubblica”, in quanto in questi giorni “emerge chiaramente come siano servizi utili alla sicurezza di tutti e non solo delle persone che ne devono usufruire”.

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