Sarà l’autopsia a determinare se Emanuele, il 34enne originario di Cave, piccolo centro in provincia di Roma, domenica mattina è morto “per” o “con” il Coronavirus. Una delle vittime più giovani d’Italia, il 13esimo under 39 su una lista di oltre 3200 persone. Perché apparentemente non ci sono patologie pregresse nella vita clinica del ragazzo, che lavorava in un importante call center della Capitale. Non ne avevano notizia lui e la sua famiglia, né sono emerse nei 6 giorni passati nel reparto di terapia intensiva al Policlinico Tor Vergata, come confermato da autorevoli fonti del Covid Hospital di Roma Sud est. Poco vuol dire, ovviamente. L’esame autoptico è previsto per la giornata di oggi, dalla Regione Lazio fanno sapere che appena si sapranno i risultati, verranno diffusi, nelle modalità opportune. Ma un eventuale scompenso cardiaco – spiegano gli esperti – potrebbe non essere visibile nemmeno all’occhio nudo del medico legale. Insomma, le cautele sono d’obbligo.

Gli amici: “Uno sportivo, cosciente fino all’ultimo” – Quello che si sa è che Emanuele, stando al racconto di amici e parenti “era una persona sana, andava in palestra”, nonostante le prime informazioni cliniche ne certificassero una leggera obesità, “più medica che apparente”. Insomma, un ragazzo normale. Secondo la ricostruzione epidemiologica effettuata dalla Asl Roma 2, il 34enne avrebbe trascorso un weekend a Barcellona con gli amici, dal 6 all’8 marzo, per un addio al celibato. Poi avrebbe iniziato ad accusare i primi sintomi l’11 marzo. Il 16 la situazione si è fatta seria: trasportato al pronto soccorso di Tor Vergata, è finito direttamente in terapia intensiva. Nonostante il rapido decorso della malattia, gli amici del gruppo di Cave e Labico sostengono che “è stato cosciente fino all’ultimo, sabato pomeriggio scriveva in chat”. Poi le sue condizioni sono peggiorate, per arrivare alla notizia del decesso, avvenuto nelle prime ore di domenica.

L’indagine epidemiologica sul call center da 1000 persone – La vicenda di Emanuele ha aperto anche un altro fronte. Il ragazzo lavorava nel call center gestito dalla Youtility Center Srl, composto da circa 1000 dipendenti. Lo stesso ufficio fornisce servizi di assistenza a varie società come la 187 Tim (nello specifico del 34enne) o anche lo 060606 del Comune di Roma. Il 12 marzo sul profilo Facebook della sindaca Virginia Raggi è apparsa la lettera aperta del fratello di un dipendente che affermava che “in questo luogo di lavoro non si attengono alle regole riguardanti il Coronavirus” con “1000 persone con delle scrivanie messe quasi a contatto l’una con l’altra” e che scriveva lui perché “mio fratello essendo precario ha paura di perdere il posto di lavoro”. La società ha dichiarato alla Asl Roma 2 che l’ultimo ingresso di Emanuele alla sede di via Faustiniana è avvenuto il 9 marzo e che “non appena informati dalla famiglia del sospetto contagio abbiamo provveduto, in ottemperanza al protocollo, ad attenzionare i colleghi del reparto in cui operava e le persone con le quali avrebbe potuto avere contatto diretto e ravvicinato”. La Youtility Center, in un comunicato, ha anche spiegato che “abbiamo provveduto noi a contattare le strutture di competenza per condividere le azioni che autonomamente e preventivamente abbiamo adottato”, lasciando dunque intendere di aver preceduto le disposizioni delle autorità sanitarie.

Dipendenti nel panico. La denuncia del Cobas – Fra i dipendenti però ora c’è il panico. Il sindacato Cobas ha inviato una missiva tramite pec in Prefettura sostenendo che “il lavoratore deceduto era rientrato da poco da un viaggio in Spagna e ha continuato a lavorare fino all’acuirsi dei sintomi, come attestano le numerose testimonianze di colleghi e colleghe venute a contatto con la sua persona”. Parole pesanti, che derivano dai tanti messaggi che i dipendenti, in gran parte impauriti, stanno raccogliendo in una chat comune che ilfattoquotidiano.it ha avuto modo di visionare. Diversi di loro, infatti, sostengono di aver incontrato il ragazzo in azienda anche l’11 e il 12 marzo. Altri dicono di avere la febbre e di essere molto impauriti. A parlare potrebbe essere il panico. La società, ovviamente, sta fornendo alla Asl i registri con le timbrature ed ha assicurato la “massima collaborazione”, mentre i capi area sono stati descritti “in lacrime”, oltre che “molto dispiaciuti” per aver letto gli insulti sotto il post di cordoglio in un primo momento pubblicato sulla pagina Facebook dell’azienda.

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