La rivolta nelle carceri italiane ci rimanda indietro con la memoria ad altre rivolte. Credo, però, che ciò che è accaduto nei giorni scorsi sia, per numero di morti e carceri coinvolte, sommossa di gran lunga peggiore rispetto a quelle passate. Oltre 40 anni fa, il carcere presentava due gerarchie che, in maniera non scritta, ne regolavano la vita. Da una parte i detenuti politici e dall’altra i mammasantissima delle mafie. Le rivolte venivano orchestrate dai primi per ovvi motivi ideologici e oggettive ragioni legate a carcerazioni che incarnavano forme dilatate di tortura. Talvolta i secondi si associavano e talvolta no.

Ma oggi, con un carcere totalmente diverso, la cui composizione è fatta da cani sciolti, il più delle volte veri disperati, le ragioni di tale rivolta sono da addebitarsi esclusivamente alla totale abulia con cui la società civile, la politica, l’intero mondo esterno al pianeta carcere ne nega gli enormi problemi, forse, traendone anche una personale soddisfazione.

Il luogo comune per cui se uno è dentro lo merita, sfocia nelle rappresentazioni sociali legate ad una concezione della pena detentiva ottocentesca, punitiva, vendicativa.

Esattamente il contrario di ciò che la Costituzione, scritta da uomini che le carceri le conoscevano, raffigurava in termini di pena. Esattamente il contrario.

Accade che coloro che più di altri si sbracciano definendosi, custodi di detta Costituzione e che, onore enorme, ne vestono i panni di ministro della Giustizia, in realtà, appartengono alla schiera di coloro che del luogo comune ne sono i più convinti sostenitori. Pensando di governare le carceri come si governava le colonie penali del secolo scorso in tempi di pace rimangono inerti. In tempi di guerra rimangono indignati e sorpresi dal fatto che il carcerato ridotto a rango di bestia, si ribelli. Molti anni fa un criminologo di nome David Garland (D.Garland, 2001, The culture of control) descrisse, con grafici e statistiche, le svolte securitarie verso le quali le democrazie – mancando ogni forma di immaginazione altra – si stavano avviando facendo del carcere una riedizione riveduta e corretta di ciò che, le discariche, rappresentano per i rifiuti. Chiaramente la voce “sostanze stupefacenti illegali” fu una delle cause di tale scelta.

Discariche sociali che, come sempre avviene in tempi di risposte uniche a condotte disfunzionali, oltre al criminale, iniziarono ad intercettare la sofferenza psichica. In questi ultimi 30 anni la popolazione carceraria è più che raddoppiata pur in presenza di reati gravi in diminuzione. Ed allora ci si domanda: ma chi affolla le celle delle nostre carceri? La risposta è semplice. Il carcere è affollato da persone che di tutto avrebbero bisogno meno che del carcere stesso. Tolta una percentuale minore di persone i cui agiti violenti necessitano, in primis, di un contenimento, per il resto le carriere criminali si presentano per ciò che realmente sono: fallimenti esistenziali. Fallimenti che il carcere reitera con accanita perseveranza nella piena consapevolezza che di tale fallimento è parte in causa.

Il paragone con le discariche ambientali ha un suo interesse perché, negli ultimi anni sono state messe in discussione e si cercano, a partire dal riciclaggio, soluzioni nuove. Il carcere, discarica sociale, al contrario, viene ritenuto sempre più centrale ed attuale, una sorta di farmaco generico che cura, si suppone, un poco tutte le malattie non curandole affatto. Pochissime le voci “ecologiche” che indicano altre direzioni.

Straordinario no? In pratica, il carcere, in questi anni, ha perfezionato sé stesso aumentando le storie fallimentari e allontanandosi sempre di più dal precetto costituzionale.

Il ministro Bonafede, a questo punto, non sappiamo più quale Costituzione voglia difendere. E quando cita la parola legalità qualche suo consigliere dovrebbe sussurrare che prima ancora dei detenuti ribelli, chi viola la legalità e lo Stato che il ministro rappresenta. E la viola da anni, negando condizioni minime di convivenza ad agenti e detenuti, negando assistenza sanitaria e negando risorse e azioni tese a concretizzare il famoso precetto costituzionale. Rimasto lettera morta.

“…le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Faccia un giro nelle carceri, ministro, e si renda conto che di tutto ciò poco o nulla esiste.

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