L’ondata di rivolte che ha attraversato le carceri italiane sembra essersi calmata e adesso si traggono bilanci. Il ministro Alfonso Bonafede è in queste ore in Parlamento a riferire al proposito. Dodici morti, diciannove evasi, 6mila detenuti coinvolti nei disordini, 600 posti letto inagibili, danni per 35 milioni di euro cui si aggiungono 150.000 euro di psicofarmaci rubati.

Oggi è tempo di contare i danni, di preoccuparci per il tasso di sovraffollamento accresciuto dalle devastazioni, di indagare su un’improbabile ipotesi di regia esterna per le proteste. Ed è anche il tempo di stigmatizzare le modalità di queste proteste, perché mai la violenza deve essere avallata quale strumento per risolvere i problemi, neanche nelle situazioni più estreme.

Ma domani speriamo che divenga il tempo di disegnare altri bilanci. Speriamo di imparare qualcosa da questi drammi. Che divenga il tempo di guardare allo spaccato che queste rivolte ci hanno mostrato, uno spaccato che quotidianamente, e non solo in tempi di coronavirus, vive in quelle mura dentro le quali tendenzialmente non ci piace guardare.

Se le indagini confermeranno che le morti sono state dovute a overdose da farmaci, dodici persone avrebbero approfittato dei tumulti per assaltare l’infermeria del carcere e bersi metadone o altra sostanza fino a morirne. Dodici persone erano così disperate e così tossicodipendenti da crepare attaccati a una boccetta di liquido. Sono decenni che lo raccontiamo: il carcere è questo.

È prima di tutto e soprattutto un luogo di raccolta di poveracci e di disperati, i cui problemi si potrebbero affrontare con ben altri strumenti – con il welfare, la solidarietà statale, le politiche sanitarie – rispetto all’inutile galera. Usare la sola repressione contro la tossicodipendenza non ha alcun senso, né umano né di politica criminale. Soldi e vite sprecate. E allora magari alla fine di tutto questo, quando auspicabilmente il coronavirus sarà lasciato alle spalle, potremo ragionare su una seria riforma penale in Italia, ricordandoci anche che abbiamo un codice che ci è stato lasciato dal fascismo nel 1930.

Tutto questo, però, domani. Oggi abbiamo ancora un’emergenza da tamponare, fuori e dentro le carceri. Per quanto riguarda queste ultime, Antigone ha appena presentato un pacchetto di proposte che, in maniera normativamente più articolata, ricalcano quanto andiamo dicendo ormai da settimane: prima di tutto che i numeri del carcere vanno in fretta deflazionati, altrimenti non saremo in grado di affrontare la sciagurata, ma pur possibile, eventualità che il virus vi faccia ingresso.

Gli strumenti di legge che consentono la detenzione domiciliare – un allargamento della quale è stato auspicato dallo stesso Governo nel decreto dell’8 marzo scorso – a chi ha un residuo breve di pena da scontare già esistono. Oggi la magistratura di sorveglianza deve darsi da fare a esaminare ogni fascicolo e chiudere in casa tutti i detenuti che rientrano in questa possibilità. Le patologie a rischio in caso di contagio, inoltre, devono essere fatte rientrare tra le ipotesi di concessione della detenzione domiciliare e dell’affidamento ai servizi sociali.

I detenuti in semilibertà, dunque già valutati come non pericolosi, possono essere lasciati a dormire a casa. Molti provvedimenti di esecuzione della pena per chi ha aspettato il processo a piede libero possono essere momentaneamente sospesi: chi è stato libero fino a oggi può restarlo un altro mese ancora, fino a quando non sconfiggeremo il virus.

Inoltre, per chi rimane dentro, è necessario ampliare l’uso del telefono. La paura causata dall’isolamento dal mondo esterno è stato il vero motore delle rivolte. La possibilità del contagio ha creato il terrore nelle sezioni, e il fatto di non poter avere notizie dei propri cari lo ha acuito.

Nella prima delle proposte pubblicate oggi da Antigone si legge che ”la direzione di ciascun istituto penitenziario provvederà all’acquisto di uno smartphone ogni cento detenuti presenti – con attivazione di scheda di dati mobili a carico dell’amministrazione – così da consentire, sotto il controllo visivo di un agente di polizia penitenziaria, una telefonata o video-telefonata quotidiana della durata di massimo 20 minuti a ciascun detenuto ai numeri di telefono cellulare oppure ai numeri fissi già autorizzati”. Il cellulare in carcere è un eterno tabù, chissà che non sia questa l’occasione per superarlo.

Un altro spaccato di realtà che questa situazione ha fatto emergere è quello di un’Italia penitenziaria a macchia di leopardo, dove l’iniziativa è troppo spesso lasciata alla buona volontà del singolo operatore e dove ogni carcere è un mondo a sé a seconda di chi lo dirige.

In alcuni istituti i direttori, come da subito Antigone aveva spinto a fare, sono andati nei reparti, hanno convocato assemblee di detenuti, hanno spiegato le misure prese dal Governo e la loro provvisorietà, hanno invitato chiunque a cooperare con senso civico. E poi hanno messo in campo tutti gli strumenti possibili per far comunicare i detenuti con le loro famiglie. È successo a Reggio Calabria, a Lecce, è successo nel carcere femminile di Rebibbia, è successo a Trieste e in vari altri istituti.

In alcuni tribunali di sorveglianza si sono concesse licenze di due settimane a tutti i detenuti semiliberi (ripetiamo: sono coloro che già sono stati valutati non pericolosi e che hanno tenuto un comportamento penitenziario corretto). È successo a Roma, è successo a Napoli.

Altrove, invece, si sono presi provvedimenti restrittivi con il solo scopo di coprirsi le spalle da eventuali critiche sulla gestione sanitaria, senza valutare se tali provvedimenti fossero realmente utili a prevenire i contagi. L’Italia della razionalità contro l’Italia della paura. L’Italia che usa la testa contro l’Italia che si affida alla pancia. Si è visto come è finita. Quando tutto questo sarà passato, speriamo che ne uscirà rafforzata la prima.

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