Giorni fa, un sovranista spaesato è intervenuto su una tv locale protestando perché il coronavirus colpisce solo gli italiani e non “i marocchini e i milioni di immigrati clandestini”, ecc. che infestano il Paese. Non gli andava più bene “prima gli italiani”. In questo caso prima “gli altri”. Questo episodio grottesco apre uno squarcio su un buco nero di questa emergenza che coinvolge tutto il paese e non esclude nessuno.

Nel grande clamore mediatico, nelle voci istituzionali che ci informano giornalmente sull’andamento dei contagi, dei morti e dei guariti, i dati sono sempre e solo impersonali. Chi sono queste donne, questi uomini, e anche questi bambini, che si infettano, che muoiono e che guariscono? Non lo sappiamo, sono numeri, senza identità, senza colore.

Ma non è solo per la dignità che l’identità personale dà a ciascuno di noi che questa spersonalizzazione delle vicende umane di migliaia di persone è inquietante. C’è un altro aspetto: che fine fanno tutti coloro a cui si riferisce il sovranista spaesato, coloro che vivono ai margini, i poveri estremi, gli immigrati che dopo i decreti Salvini sono condannati all’illegalità, e anche i rom e i sinti dei campi del degrado urbano?

Siamo tutti esposti allo stesso pericolo e siamo tutti tenuti a rispettare regole che tutelino noi, i nostri familiari, i nostri vicini. Ma non siamo trattati tutti allo stesso modo. Già nei punti più critici dell’emergenza ci sono trattamenti diversi se il contagiato supera o no una certa età. Se questo testimonia della gravità dell’emergenza e della insufficienza delle attrezzature, non è un segreto che i più fragili, i più deboli, quelli messi ai margini siano i più esposti.

Sia per la tutela della loro salute, sia per le condizioni di sopravvivenza materiale dopo gli ultimi decreti che inaspriscono il regime di isolamento di ogni cittadino, tra il ricco e il povero, tra chi abita in una casa o in una baracca, è evidente chi tra i due è più tutelato, chi pagherà il prezzo più alto. Ma se questo non è un segreto rimane segreto che cosa intendano fare le autorità, le strutture sanitarie per questa fascia di popolazione: la più esposta e la più indifesa di fronte al contagio.

A questa fascia appartengono anche le comunità rom e sinte dei campi, soprattutto di quelli, come i grandi campi di Roma, nei quali le condizioni di vita e di tutela della salute sono precarie per una concentrazione di persone in uno spazio chiuso e ristretto; per l’assenza di servizi, in alcuni casi addirittura dell’acqua e delle fognature. Quindi non è possibile applicare e rispettare le misure di tutela e di contenimento del contagio.

Di fronte a questa situazione cosa fanno le autorità competenti? Allo stato, che si sappia, nulla. Non basta, come pure facciamo, consigliare comportamenti virtuosi se poi non si possono concretamente applicare. Occorre che le autorità competenti applichino urgentemente un piano di prevenzione per tutti i più poveri, i più deboli, i più vulnerabili iniziando dalle cose più elementari ma fondamentali come l’acqua. Troppa gente messa ai margini, nei campi della disumanità, nella miseria delle periferie non ha neppure l’acqua per lavarsi le mani, per lavare il cibo, se lo trova, per sopravvivere.

C’è una delibera, la Arera 311/2019, che oggi regola i distacchi dell’acqua per ragioni economiche, che va urgentemente abrogata perché sia consentito a chi oggi ne è impedito il libero accesso a questo bene comune oggi più che mai fondamentale. Ognuno si impegni per quel che può aderendo a questo appello: https://petizione.kethane.digitribe.me/accesso-all-acqua.

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