“Fino a questo momento nessun paziente che poteva trarre beneficio dalla terapia intensiva è stato escluso dal trattamento. Ma l’unico modo perché questo non accada nelle prossime settimane è contenere il contagio, stando a casa e seguendo le indicazioni delle autorità”. Il professor Giacomo Grasselli coordina il network delle terapie intensive lombarde nell’unità di crisi istituita in Regione, e nella vita normale dirige la terapia intensiva del Policlinico, oltre ad avere una cattedra all’Università Statale. Non nasconde l’indignazione per le voci circolate nei giorni scorsi, anche sotto forma di file audio, secondo le quali nell’emergenza Covid-19 i medici degli ospedali lombardi hanno cominciato a escludere “i vecchi” dall’intubazione (addirittura gli over 60, secondo uno di questi audio), perché non avevano sufficienti posti attrezzati (analoga smentita è arrivata, in video, dal primario dell’ospedale di Niguarda, Roberto Fumagalli). Però non nasconde neppure il timore di arrivare a qualcosa del genere, se l’epidemia continuasse con questi ritmi: “Non vorrei trovarmi costretto a breve a fare un triage, una selezione di questo tipo, come si fa in guerra o nelle grandi catastrofi, e l’unico modo per evitarlo è impedire che l’epidemia si diffonda”.

Quanto a breve?
Ci aspettano due settimane di passione, quelle di cui abbiamo bisogno per capire l’evoluzione della malattia.

Però non si può negare che le terapie intensive lombarde siano in emergenza.
Sicuramente. Abbiano 800 posti letto, negli ultimi venti giorni sono arrivati più di 700 malati gravi, attualmente sono circa 600. Circa cento sono stati dimessi perché le loro condizioni sono migliorate, altri sono deceduti. In più ci sono mille pazienti in ossigenoterapia, cioè assistiti nella respirazione. Lo sforzo che stiamo facendo è mostruoso.

Tutti i maggiori ospedali si stanno attrezzando con nuove postazioni di terapia intensiva. Basterà?
No. E’ vero che siamo partiti con 15 terapie intensive in altrettanti ospedali per 130 posti letto, oggi siamo a 800 posti letto in oltre 50 ospedali e altri ne stiamo attrezzando. Le nuove postazioni, però, sono utili per curare chi è malato ora, ma se i nuovi pazienti continueranno ad arrivare con questo ritmo la situazione non sarà sostenibile. Se la curva dell’epidemia andasse avanti così, a fine marzo avremo 2000 pazienti in terapia intensiva nella sola Lombardia. Tenga conto che in tutta Italia le postazioni sono circa 5000, molte delle quali in altre regioni colpite, come Veneto ed Emilia-Romagna. Nessun sistema sanitario al mondo reggerebbe un urto del genere. Inoltre puoi aumentare i letti, ma non inventarti da un giorno all’altro centinaia di medici e infermieri specializzati in questo tipo di medicina.

L’unica ricetta, insomma, è quella di “stare a casa”?
Assolutamente sì. E’ vero che questo tipo di coronavirus non è la peste bubbonica, il problema è la massa di pazienti che arrivano in ospedali in un arco temporale strettissimo. Quindi l’unica strada è limitare l’epidemia. Nella originaria zona rossa l’isolamento ha funzionato, i contagi sono calati. Ma la gran massa dei nostri attuali 1700 pazienti con seri problemi respiratori arriva da un insieme di territori – il lodigiano, la bergamasca, il bresciano – che conta poche centinaia di migliaia di abitanti. Pensi se un contagio simile si verificasse a Milano. Io personalmente da tre settimane non vedo i miei genitori anziani, per non rischiare di infettarli, né i miei figli che stanno fuori città.

Se la scala del contagio aumentasse, si porrebbe il problema di scegliere chi salvare e chi no. Le recenti raccomandazioni della Siaarti (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) su questo tema hanno suscitato polemiche.
Polemiche del tutto ingiuste. Faccio parte del direttivo della Società e trovo quel documento pacato e ragionevole. Peraltro descrive esattamente quello che facciamo tutti i giorni, anche senza Covid-19. Il rianimatore valuta se il malato può davvero beneficiare della terapia intensiva, evitando l’accanimento terapeutico.

Però molti “vecchi” si sono sentiti discriminati.
Il criterio non è soltanto l’età, conta la presenza di altre patologie, la fragilità generale. In certi casi intubare è proprio sbagliato. I deceduti di questa emergenza sono perlopiù anziani perché quando a un ottanta-novantenne viene una polmonite grave, non è che se lo attacchi a un respiratore rinasce e torna a fare una vita normale. Sono pazienti comunque difficili da curare.

Tutto normale allora?
Per niente. Di solito un rianimatore si trova davanti a scelte del genere una volta alla settimana. Con questa emergenza ti può capitare decine di volte al giorno. E’ uno stress gigantesco.

Com’è la situazione nel suo reparto al Policlinico?
I padiglioni dedicati all’emergenza coronavirus sono due e a brevissimo saranno tre, questo significa il raddoppio e più dei turni di notte, festivi o comunque disagevoli. Il fatto è che in tre settimane è cambiata la pelle del sistema sanitario regionale. Se me lo avessero detto pochi giorni prima dell’inizio dell’emergenza, non lo avrei creduto possibile. Aiutateci a fermare il contagio: state a casa!

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