Lunedì notte c’è stata una nuova emergenza sulle terapie intensive. E allora si è dovuta nuovamente modificare la mappa dei medici prestati all’emergenza Covid-19, quelli che ormai da settimane sono passati dai loro reparti (ridotti o chiusi e dove sono state sospese le attività meno urgenti) a quelli dedicati al Coronavirus e che in questi giorni hanno aiutato i colleghi, ad esempio assistendo i pazienti in codice verde. E sono un piccolo esercito in continua evoluzione, soprattutto tra le regioni più in affanno. In primis la Lombardia, dove è stato di recente presentato il piano che affida a 18 ospedali hub di riferimento la gestione di interventi di urgenza, come infarti o ictus e alle patologie le cui cure non possono essere procrastinate, proprio per lasciare gli altri ospedali a disposizione per pazienti affetti da Covid-19.

D’altro canto il governatore Attilio Fontana ha appena ribadito che la Lombardia può contare su una serie di strutture per far fronte all’epidemia, mentre il problema serio restano “personale e macchinari”. “In 40 anni non ho mai visto qualcosa di simile, noi cerchiamo di avere un filo diretto con i medici all’interno per capire le loro difficoltà ed esigenze, ma le assicuro che non è facile, perché sono con l’acqua alla gola e, ormai, interi reparti di Chirurgia e Medicina sono stati trasformati in Terapie intensive, Semi intensive, Pneumologie e Malattie Infettive”, spiega a ilfattoquotidiano.it Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo.

L’ESERCITO DI MEDICI “PRESTATI ALL’EMERGENZA” – D’altronde, prima ancora delle 136 assunzioni in tre giorni annunciate dall’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera e che riguardano, in particolare, gli ospedali di Lodi, Seriate, Crema e Cremona, ad evitare il collasso è stata proprio la solidarietà del sistema, con medici spostati sia da altre strutture, sia da quei reparti che nel frattempo chiudevano, per liberare posti letto e personale sull’emergenza. Al Pronto soccorso di Cremona, per esempio, sono in forza tutti: dai ginecologi ai pediatri. Già da giorni, poi, all’azienda ospedaliera che gestisce gli ospedali di Treviglio e Romano, alcuni medici sono stati dirottati nelle zone più colpite.

Una solidarietà che non può fermarsi. In sostegno del personale degli ospedali maggiormente in affanno, ha annunciato Gallera, “arriveranno equipe provenienti e messe a disposizione da altri erogatori pubblici e privati accreditati e a contratto”. Senza contare l’esercito: nei giorni scorsi dieci medici e 14 infermieri appartenenti alle Forze Armate sono arrivati all’ospedale di Lodi, mentre altri 10 medici e 8 infermieri sono stati già “prestati” venerdì scorso all’ospedale di Seriate (Bergamo). È entrato in servizio, nel reparto di terapia intensiva del nosocomio di Cremona anche il primo medico di una Ong, Piero Eugenio Gobbato, direttore di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Monfalcone che opera con la Fondazione Francesca Rava e che nel 2012 partì come volontario per Haiti quando ci fu l’emergenza colera.

BERGAMO – Come spiegato dal direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII, Maria Beatrice Stasi, che in questi giorni continua a seguire da casa perché risultata positiva al Coronavirus, all’interno dell’azienda sanitaria “sono stati formati oltre 600 operatori sull’impiego di dispositivi che abitualmente non utilizzano”. Perché qui non solo non esistono più orari, ma sono anche diventati più labili i confini tra un ruolo e l’altro. Così si possono incontrare medici che spostano i pazienti da un reparto all’altro o che si sostituiscono agli infermieri (che non bastano), somministrando le terapie, mentre un quarto dei medici normalmente in organico al Papa Giovanni è ora impegnato, in un modo o nell’altro, nell’emergenza Covid-19.

“La situazione, però, è insostenibile – spiega Marinoni – tanto che i pazienti che hanno la polmonite, ma con una insufficienza respiratoria possibile da gestire a domicilio, vengono rimandati a casa”. E c’è un doppio problema: da un lato la difficoltà a trovare ossigeno, “dall’altra la sicurezza dei medici di famiglia che li devono curare, ma che hanno una dotazione risibile di dispositivi, nella stragrande maggioranza dei casi monouso. Loro rischiano di infettarsi (già molti sono ricoverati e in quarantena) e ormai è difficile trovare sostituti, si sta grattando il fondo del barile”. Tutto questo fa sì che la situazione, dentro e fuori gli ospedali, sia in continuo movimento.

CODOGNO E LODI, OSPEDALI DI TRINCEA – Soprattutto dove la situazione è drammatica. Come, ad esempio, a Codogno, dove era stato ricoverato in un primo momento il paziente 1, il 38enne che, nel frattempo, ha cominciato a respirare autonomamente dopo 18 giorni al San Matteo di Pavia. A Codogno, i reparti ridotti di Ortopedia e Chirurgia sono stati accorpati a quello di Medicina e, per dare una mano nell’assistenza ai contagiati, sono arrivati anche colleghi dal reparto di Riabilitazione cardiologica, nel frattempo chiuso, così come Rianimazione e Pronto Soccorso. Tutto dedicato al Coronavirus, medici compresi.

Anche i laboratori che, sospese molte attività, sono riusciti a garantire appena i controlli per le persone sottoposte a terapie anti-coagulanti, per le quali bisogna monitorare costantemente i valori del sangue, ma devono occuparsi anche dei tamponi per i pazienti e per i dipendenti dell’ospedale. Anche a Lodi la trasformazione è iniziata molto prima del piano annunciato da Gallera. Gli unici reparti non dedicati al Coronavirus sono la cardiologia, l’oncologia e l’area chirurgica. Il Pronto Soccorso, dopo gli accessi record dei giorni scorsi, è stato diviso in due, da un lato i pazienti contagiati, dall’altro quelli non positivi. Qui ci sono anche otorini e oculisti prestati all’emergenza, che assistono i pazienti in codice verde, anche se non si sono mai occupati né di infezioni, né di situazioni emergenziali.

I DISPOSITIVI DI PROTEZIONE – Anche Milano è messa a dura prova, anche se non siamo in una situazione di trincea. Il presidente dell’Ordine dei medici della Provincia, Roberto Carlo Rossi, sottolinea però alcuni problemi. “Il virus deve fermarsi, altrimenti il sistema collasserà. In queste ore – spiega – medici che hanno fatto tutt’altro nella vita, vengono formati all’utilizzo di nuovi dispositivi e utilizzati in ragione delle loro competenze, ma in alcune situazioni più gravi è necessario l’intervento di personale altamente specializzato, che sia in grado di intervenire con tempestività e di monitorare i parametri vitali di persone ad alto rischio, che potrebbero peggiorare da un momento all’altro”.

Qual è lo stato d’animo? “I colleghi sono tra lo spossato e il disperato e ancora oggi ci sono ospedali che non hanno nemmeno i dispositivi di protezione, mentre l’Oms spiega che i sanitari devono essere dotati non solo di mascherine, ma anche camici monouso, occhialini e guanti. Non è il momento delle polemiche, ma credo che quando la bufera passerà, sarà necessario fare alcune riflessioni”.

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