Dovevo partire per andare a seguire la Berlinale a fine febbraio. Avevo delle buone motivazioni per farlo (un nuovo direttore, una selezione e un programma da scoprire), ma un incidente in famiglia non me l’ha permesso. Nel frattempo le informazioni sul Coronavirus stavano popolando i giornali nazionali e internazionali, facendomi riflettere sulle possibilità di contagio. Perché chiudono in Italia i cinema e non i centri commerciali? C’è un festival ad un migliaio di chilometri dal confine italiano e crediamo che le persone non si muovano e si spostino oggi? E crediamo che la sala sia uno degli incubatori maggiori o più pericolosi? La cosa mi ha fatto pensare.

Dopo una settimana dalla conclusione della Berlinale e con la riapertura in Italia delle sale in alcune regioni, decido di dirigermi al cinema andando a vedere un film presentato in concorso alla Berlinale. Uscito con una settimana di ritardo per l’emergenza sanitaria, che per un film presentato ad un festival oggi equivale ad un boomerang contrario, la sala è comunque frequentata malgrado la restrizione della seduta a due poltrone di distanza. Per la sala significa dimezzare l’incasso, per lo spettatore vivere un’esperienza che già nell’ingresso al cinema sa di fantascienza per gli odori sprigionati dal disinfettante chimico.

Il clima è comunque rilassato, il film italiano, dal titolo non fortunato per un’uscita post allarme virologico, è un ritratto sull’artista Ligabue, emarginato fin da bambino perché portava il male dentro di sé. Sarà la serata, sarà il film dalle sfumature introspettive, ma questo allarme del virus diventa ingombrante come lo spazio che divide gli spettatori in sala. Una esagerazione, una bolla mediatica per creare allarmismo e terrorizzare una società già piegata dal peso della disoccupazione.

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