“Ho perso mio figlio, ho perso tutto. Ora ho solo un desiderio: che l’ingiustizia che mi ha portato via mio figlio non rimanga impunita. E non solo per mio figlio: per tutti quelli che hanno versato il loro sangue”.

“Non sappiamo a chi chiedere aiuto. Se parliamo, le forze di sicurezza ci minacciano. L’atmosfera è soffocante ma vogliamo a tutti i costi che il nome di nostro figlio resti vivo. Non vogliamo che il suo e gli altri nomi siano dimenticati”.

“Hanno sparato a nostro figlio e ora ci dicono di stare zitti. Non c’è legge, non c’è giustizia in questo paese. Non c’è nessuno che si assuma la responsabilità della morte dei nostri figli”.

Queste tre famiglie hanno perso i loro figli tra il 15 e il 18 novembre 2019, nei primi giorni delle manifestazioni represse dalle forze di sicurezza in tutto l’Iran. Le ricerche di Amnesty International sull’operato delle forze di sicurezza in quelle giornate vanno avanti, attraverso l’analisi di video, fotografie, certificati di morte e di sepoltura, resoconti di testimoni oculari, di familiari e amici delle vittime e informazioni raccolte da attivisti per i diritti umani e giornalisti. Così, l’organizzazione per i diritti umani ha verificato che degli almeno 304 manifestanti uccisi in quel periodo, 23 erano minorenni di età compresa tra 12 e 17 anni.

Dodici delle 23 uccisioni sono avvenute il 16 novembre, otto il 17 novembre e tre il 18 novembre, dunque pochi giorni dopo l’inizio delle proteste. Riguardo alla località, 23 ragazzi sono stati uccisi in 13 diverse città situate in sei province (Esfahan, Fars, Kermanshah, Khuzestan, Kurdistan e Teheran), a conferma del carattere nazionale della sanguinosa repressione.

Quasi tutti, 22 su 23, sono stati uccisi da proiettili veri. In 10 casi Amnesty International ha verificato che le vittime erano state colpite da proiettili al capo o al busto, indice di una precisa volontà di sparare per uccidere. Le cause di una delle morti sono ancora da chiarire: secondo una fonte la vittima sarebbe deceduta a causa di un pestaggio in testa, secondo un’altra dopo essere stata colpita al viso da pallini di metallo sparati da distanza ravvicinata.

Come se la perdita dei loro cari non fosse un’esperienza già crudele, le famiglie dei manifestanti uccisi stanno subendo una spietata campagna di minacce e intimidazioni per costringerle al silenzio. Le famiglie dei minorenni uccisi hanno riferito di essere state obbligate a seppellire in fretta i loro corpi, sempre in presenza di funzionari dello stato, impossibilitate pertanto a richiedere un’autopsia indipendente. In alcuni casi, funzionari dello stato hanno lavato e preparato i corpi per la sepoltura senza informare le famiglie, che si sono viste consegnare i corpi avvolti nei tessuti, col divieto di aprirli, solo pochi minuti prima della sepoltura.

Il 25 febbraio Amnesty International ha scritto al ministro dell’Interno Abdolreza Rahmani Fazli fornendogli i nomi dei 23 minorenni uccisi, la loro età e il luogo di morte e invitandolo a chiarirne le circostanze. Finora non ha ricevuto alcuna risposta.

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