La moglie dell’uomo risultato positivo al coronavirus, ora ricoverato in isolamento nell’ospedale di Codogno, nel Lodigiano, è incinta. La donna, un’insegnante che al momento non sta lavorando, è alla fine del sesto mese di gravidanza: si trova ora al Sacco di Milano, ospedale specializzato nel trattamento delle malattie infettive esattamente come lo Spallanzani di Roma. Uno studio apparso su Lancet però sembra scongiurare il pericolo di trasmissione della malattia al feto: “al momento non esistono evidenze scientifiche che il nuovo coronavirus si trasmetta in gravidanza”. Lo conferma anche il virologo Carlo Perno, dell’Università Statale di Milano.

“Di norma i coronavirus non si trasmettono verticalmente, cioè da madre a feto – precisa Perno – rimangono nei polmoni, magari possono raggiungere il sangue ma è molto raro che possano arrivare fino alla placenta”. Spiega poi che, nel caso di coronavirus rilevato in un bambino a 30 ore dalla nascita, “è probabile che il contagio sia avvenuto in modo orizzontale, cioè magari stando a contatto con la madre durante l’allattamento”. Finora i bambini “sono quelli che si sono ammalati meno e sono rimasti meno contagiati”, conclude. Ci sono casi, ma pochi: “Non sappiamo se è perché sono state chiuse le scuole e gli altri centri di trasmissione, o per altre ragioni biologiche che non conosciamo. L’età media delle persone malate è 58-59 anni, quelli più giovani hanno 15 anni”.

Lo studio prende in esame nove donne, tutte al terzo trimestre di gravidanza, a Wuhan, città epicentro dell’epidemia, che avevano sviluppato la polmonite covid-19. Nonostante due casi di sofferenza fetale, tutte le donne sono riuscite a partorire regolarmente. Secondo i ricercatori, “i neonati nati da madri contagiate, o casi sospetti, devono essere tenuti in isolamento in un’unità specializzata per almeno 14 giorni dopo la nascita e non devono essere allattati al seno per evitare contatti ravvicinati con la madre che potrebbero essere veicolo di contagio”.La rivista scientifica evidenzia i limiti di questo studio: innanzitutto, il campione estremamente ridotto e il fatto che tutte le future madri erano nella fase conclusiva della gravidanza, e sono tutte state sottoposte a parto cesareo. Tuttavia apre un filone di studi importante perché, sottolineano gli autori “le donne in gravidanza possono essere particolarmente sensibili ai patogeni respiratori e alla polmonite grave, poiché sono immunocompromesse a causa di cambiamenti fisiologici legati alla gravidanza che potrebbero lasciarle a maggior rischio di esiti sfavorevoli”.

Lo studio integrale su Lancet

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