Un finanziamento in banca per rispettare lo scadenzario fissato da Rfi e Italferr, lavorare in tempi rapidi e consentire l’inaugurazione entro il giugno 2017. Per poi rimanere con le fatture insolute e dover chiudere. Quella dell’imprenditore Raffaele Congiu è una storia nella storia della stazione Tav di Afragola, costata 70 milioni di euro, che la Procura di Napoli nord ora vuole chiudere perché ritenuta insicura e priva di collaudi validi.

Congiu è uno degli imprenditori che ha lavorato per la Tav: ha chiesto e ottenuto un colloquio con il pm delle indagini, Giovanni Corona. È stato il titolare di Rosa Neon, una ditta specializzata in impiantistica delle luci. Ha perso la casa e il laboratorio dopo 30 anni di lavoro ed è l’artigiano che ha realizzato l’intera illuminazione delle travi della stazione di Afragola. “Il sogno del grande architetto Zaha Hadid”, scrive Congiu in una mail dell’8 gennaio 2020 al procuratore capo Francesco Greco. L’imprenditore è stato subito convocato ad Aversa ed è stato sentito dal pm il 12 febbraio. Mail e verbale sono stati acquisiti agli atti dei giudici del Riesame che dovranno decidere se sequestrare o meno la faraonica stazione, snodo dell’Alta velocità.

“Voglio raccontare le pressioni che ho subìto per fare presto”
Prima di prendere un aereo dalla Sardegna per arrivare dai magistrati, Congiu ha letto su ilfattoquotidiano.it l’articolo del 6 gennaio scorso: “Afragola, l’ipotesi della procura sulla stazione dell’Alta velocità: ‘Inaugurata senza collaudo per far incassare premi a dirigenti Rfi’“. Così ha appreso dell’esistenza dell’inchiesta, come spiega nella mail. Con cui racconta al procuratore Greco della sua impresa familiare, di come insieme a moglie e figlio abbia “lavorato giorno e notte (…) in qualità di subfornitore di Afragola scarl, società del gruppo Nbi-Astaldi. Abbiamo completato l’opera (l’illuminazione delle travi, ndr) in condizioni di difficoltà, sotto la pressione del committente che a costo di pesanti penali ci imponeva di rispettare i termini quasi impossibili previsti dal contratto, in modo da consentire l’inaugurazione per i primi giorni di giugno 2017. Sospesi a 20 metri di altezza avevamo la piacevole sensazione di partecipare alla realizzazione di un sogno. Malgrado la stanchezza, la tensione e le difficoltà dell’intrapresa, ci siamo sentiti protagonisti”.

“Per le fatture insolute sono stato costretto a chiudere”
Il sogno però si è trasformato in un incubo. Congiu spiega che per andare avanti nei lavori ha dovuto sottoscrivere nell’aprile 2017 un consistente finanziamento bancario che non ha potuto onorare a causa delle insolvenze del suo committente, il gruppo Astaldi, che poi depositò istanza di concordato in bianco. Il finanziamento a Rosa Neon fu più di due volte superiore al suo fatturato annuo di circa 150mila euro. Il piccolo imprenditore sardo si è trovato quindi sul groppone un atto provvisoriamente esecutivo. Congiu è convinto, e lo scrive, fornendo dati e circostanze precise, che furono costretti allo stesso stress finanziario molti dei subfornitori e subappaltatori della stazione di Afragola.

“Hanno scaricato sui piccoli imprenditori il rischio finanziario”
La conclusione, sulla quale Congiu è stato ascoltato dal pm, è netta: “La stazione fu inaugurata e quasi ultimata nei tempi previsti dal contratto facendo gravare tutti i rischi finanziari sui soggetti più deboli: le piccole imprese e i dipendenti. Sembra che quasi tutti abbiano lavorato affinché questa stazione venisse quanto meno inaugurata, con l’atteggiamento irresponsabile di chi sa che poi qualcuno pagherà”. Tagliato il nastro alla presenza del premier Paolo Gentiloni, arrivederci e grazie. Senza nemmeno far produrre le dichiarazioni di conformità dell’impianto di illuminazione “necessarie per procedere al collaudo”. Senza avviare le manutenzioni programmate secondo il manuale tecnico fornito al committente. Ragioni sufficienti da sole, secondo Congiu, per far chiudere la stazione. Intanto il pm sta ascoltando altri subappaltatori della stazione di Afragola.

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