L’assoluzione di Donald J. Trump, 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, altro non è, si diceva, che lo specchio della crisi, o meglio, l’ultimo e più ovvio sintomo della malattia che va corrodendo quella che – non senza buone ragioni e sempre reclamando la propria “eccezionalità” – ama chiamare se stessa “la più antica democrazia del mondo”.

Ma in che modo questa crisi – che è essenzialmente una crisi di valori condivisi – s’è andata materialmente rivelando durante il (non)processo conclusosi lo scorso mercoledì nel Senato Usa? Più in concreto: se l’assoluzione di cui sopra è stata, come in effetti è stata, la conclusione d’una tragicommedia dallo scontatissimo esito, quali sono state le sue parti più tragicamente e comicamente rivelatrici?

Non c’è, come si usa dire in questi casi, che l’imbarazzo della scelta. Esaminati con cura gli atti, io selezionerei tuttavia tre momenti che, a mio avviso, meglio d’ogni altro illuminano l’essenza del (non)processo e la vera natura della crisi di cui sopra. Si tratta di due costanti – ovvero, di due situazioni che vanno ripetendosi e sovrapponendosi lungo l’intero canovaccio – e d’un chilometrico e surreale monologo.

Le une e l’altro chiaramente definite non soltanto – come del tutto prevedibile – da menzogne (o da collezioni di menzogne), ma da menzogne palesemente tese, per la sfrontatezza con la quale sono state proposte e reiterate, ad affermare la menzogna come un diritto, anzi, come un inalienabile privilegio di chi la proferisce. Mento. Mento sapendo di mentire. Mento perché la verità è, a fronte del mio potere, irrilevante. E mento soprattutto perché so che, essendo la verità irrilevante, la mia menzogna verrà – per idolatria, per servilismo, per paura o per tutte e tre le cose assieme – non solo accettata, ma applaudita.

1. Prima costante. Durante l’intero (non)processo la difesa del presidente ha continuato a sottolineare come le prove presentate dall’accusa (vale a dire: dai cosiddetti “managers” della House of Representatives) fossero “assolutamente insufficienti” (non lo erano affatto, ma non è questo il punto). E come tale insufficienza fosse dovuta all’assenza di “testimonianze dirette”. Ossia: delle testimonianze che lo stesso Trump aveva d’autorità – caso unico nella storia delle relazioni tra presidenza e Congresso – negato alla corte insieme a qualsivoglia rilevante documento.

Provate ad immaginare un processo – un processo vero, non la tragicommedia allestita dal leader della maggioranza repubblicana in Senato, Mitch McConnell – nel quale la linea di difesa dell’imputato sia la seguente: sono innocente, anzi, sono l’innocente vittima d’una “caccia alle streghe” – espressione, questa, da Trump usata a iosa – e ho tutte le prove tanto della mia innocenza, quanto del complotto contro di me allestito dai miei abbietti accusatori. Ma non v’azzardate – pena l’accusa d’esser voi pure considerati parte del sordido complotto di cui sopra – a chiedermi di mostrarvele…

Date queste premesse – e accertata la sua capacità d’intendere e di volere – il reo verrebbe inevitabilmente condannato, dopo una brevissima riunione della giuria, al massimo della pena. Questo in una vera aula di giustizia. Nel Senato a maggioranza repubblicana, invece, questa teoria difensiva non solo è stata accettata, ma è stata beatificata e sostenuta da un voto quasi unanime (solo due senatori repubblicani hanno votato a favore della chiamata di testimoni e della richiesta di documenti).

2. Seconda costante. La difesa di Donald J. Trump non ha perso occasione per sottolineare come la messa in stato d’accusa del presidente nella House of Representatives sia stata, ancora una volta, una “caccia alle streghe” o, in alternativa, “a hoax”, una burla. E questo per il fatto che la difesa non ha, nel corso del processo, di fatto esercitato alcuno dei suoi sacri diritti. Il che è vero, ma solo in virtù della più grottesca delle tautologie. Invitata infatti (come impone la legge) a presentare il proprio caso durante il dibattimento finale, la difesa di Trump ha opposto un netto rifiuto. Perché? Perché non intendeva prender parte ad una caccia alle streghe. E perché era, quel processo, una caccia alle streghe? Ma è ovvio: perché la difesa non vi esercitava i suoi diritti.

Il che solleva un ancor più ovvio quesito: chi se non un presidente che crede nella propria assoluta impunità – e che sa che tale impunità gli è garantita dall’ossequio dei suoi proseliti-sudditi – può avventurarsi, con sprezzo del ridicolo, nei bassifondi d’una tale insensata contraddizione? Mercoledì scorso, la maggioranza repubblicana del Senato, trasfiguratasi in strumento di culto, non ha in realtà assolto Donald J. Trump. Ne ha sancito l’onnipotenza.

Come più tardi lo stesso Trump avrebbe poi inequivocabilmente provveduto a confermare in due ravvicinatissimi tempi (tornerò sull’argomento più in dettaglio). Prima nel suo discorso sullo stato dell’Unione e poi nel maratonico e farneticante inno a se stesso col quale – preannunciando ricompense e vendette – ha “celebrato”, di fronte a una platea in adorazione, la sua “completa e incondizionata” assoluzione.

L’atto più significativo del (non)processo – significativo rispetto ai livelli d’abominevole “trumpizzazione” nelle quale è sprofondato il Partito Repubblicano – resta però, io credo, la lunga e contorta arringa con la quale, prima del voto finale, l’avvocato Kenneth Starr ha illustrato, davanti al Senato, i danni che ogni tipo di impeachment (e in particolare un impeachment non sostenuto da una maggioranza “bipartisan”) può causare alla Nazione.

Una tesi questa – “Impeachment is hell”, l’impeachment è l’inferno, ha detto e ripetuto Starr – che la medesima “perfida” Nancy Pelosi, speaker della House of Representatives, aveva con molta fermezza sostenuto prima dell’esplosione dell’“Ucrainagate”. E che in sé sarebbe stata, anche se non condivisa, del tutto ragionevole, non fosse stato per un piccolo dettaglio: Kenneth Starr è la stessa persona che, per tre lunghi anni, sul finire dello scorso millennio condusse le indagini che portarono, lungo molto tenebrosi sentieri, all’impeachment di Bill Clinton.

E qui mi fermo perché la comparazione tra i due impeachment e una dettagliata analisi dell’arringa di Starr (nonché della personalità del suo autore) meritano davvero, in tutto il loro orrore, un post a parte. A risentirci.

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