“Videor ergo sum, esisto in quanto vengo osservato da qualcuno, è questo il nuovo io all’epoca dei selfie. Il sé, insomma, prende corpo solo attraverso lo sguardo dell’altro, solo perché qualcuno guarda il mio selfie“. A spiegarlo all’ANSA è Giovanni Stanghellini, professore del Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio dell’Università di Chieti, nonché autore di “Selfie – Sentirsi nello sguardo dell’altro”. I numeri che snocciola del resto non sembrano lasciare spazio ai dubbi: scattiamo 1000 selfie ogni secondo, 93 milioni ogni giorno, non possiamo non ammettere che ci troviamo dinanzi a una nuova ossessione della contemporaneità, un quadro che se non ha rilevanza clinica ha sicuramente dignità sociologica.

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Non a caso Stanghellini parla di sintomo grave di un disagio diffuso, una nuova modalità di fare esperienza del proprio corpo, che esiste soltanto attraverso lo sguardo oggettivante dell’altro. “Lo smartphone, che consente un numero illimitato di selfie in ogni istante della vita, non è un semplice dispositivo tecnologico estrinseco rispetto al corpo di una persona, come poteva essere una macchina fotografica, è una vera e propria protesi integrata nei nostri corpi, ormai così indispensabile che per molti di noi è difficile immaginare la propria esistenza in assenza di essa”.

Nel suo intervento tenutosi a Roma il 9 aprile 2011 nell’ambito di “Libri come”, il grande sociologo e filosofo della contemporaneità, Zygmunt Bauman, non a caso sottolineava il progressivo passaggio dall’intimità all’estimità, ossia dai concetti di privacy legata a una moralità borghese a quelli di manifestazione narcisistica della propria interiorità, reale o artificiale che sia, allo scopo di attirare l’attenzione dei componenti della propria rete, una forma di rapporti umani e sociali assai più blanda, che sta sostituendo la comunità.

Foto: Depositphotos
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Con felice intuizione, Bauman sostiene che tale passaggio stia accadendo perché sempre più persone si sentono sole, isolate, non comprese nella propria intimità, e desiderose di ricevere attenzioni positive e questo è proprio quanto sembra accadere a tutti noi sui social, attraverso lo scatto compulsivo di selfie, come unico strumento di testimonianza della nostra esistenza, del nostro passaggio significativo su questa Terra. Se nessuno premia con un like il nostro selfie davanti alla Torre Eiffel o il nostro pensiero del giorno, allora quel viaggio o quella riflessione diventano privi di valore.

I membri della società dei consumatori sono essi stessi dei beni di consumo, ed è la qualità dell’essere un bene di consumo a farne dei membri legittimi di quella società. Divenire e rimanere un prodotto vendibile è la motivazione più potente – benché di solito latente e di rado conscia, men che meno esplicitamente dichiarata – degli interessi dei consumatori”, conclude Bauman nel suo intervento. “È in base al loro potere di aumentare il prezzo di mercato del consumatore che tende a essere valutato il potere di attrazione esercitato dai beni di consumo, cioè da quegli oggetti, attuali o potenziali, del desiderio dei consumatori che danno impulso alle loro azioni. Trasformare sé stessi in una merce vendibile è un compito fai-da-te e un dovere individuale“. Quello che espletiamo ogni giorno immortalando noi stessi innumerevoli volte.

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