Adesso che tutto è finito (finalmente! ma con cinque prime serate tutte sopra il 50% non si può certo tornare indietro), facciamo il gioco dei promossi e dei bocciati. Ribadisco: non parlo della musica e neppure dei vestiti (ci pensano altri), parlo solo degli esiti televisivi.

Dunque, i promossi.

La conduzione a due, la vera novità perché il secondo conduttore (Fiorello) non condivideva il ruolo o faceva il guastatore (questo era già accaduto altre volte), ma interveniva in aiuto, da amico. La scelta ha prodotto ritmo e ironia, fattori nei quali Fiorello è imbattibile. Promossi, ma con un consiglio per ciascuno: ad Amadeus quello di non ridere troppo alle batture dell’amico, a un certo punto sembrava uno spettatore più che un conduttore. A Fiorello: seguendo il suo divertente tormentone, non esageriamo con il mariadeflippismo. Tutti questi riferimenti all’orticello della tv nazionale alla lunga sanno di provincialismo.
Promosse a pieni voti le donne. Dopo tante polemiche, accuse di sessismo e maschilismo, la presenza di dieci signore che si sono alternate nel ruolo di annunciatrici ma non solo, ha avuto il suo significato. Non tutte hanno brillato allo stesso modo, ma le presenze un po’ sbiadite (quella delle conduttrici del Tg1), i compitini fatti a dovere (Leotta, Georgina), sono stati ampiamente compensati dal segno profondo lasciato da Rula Jebreal e Alketa Veisju. Promossi gli ospiti apparsi una sola volta. Apparizioni veloci, senza tante chiacchiere e convenevoli. A Sanremo si viene per cantare. Promosso tra questi anche Benigni, il perché l’ho già detto e non lo ripeto per non fare il pieno di commentacci.

E ora i bocciati.

L’ospite fisso Tiziano Ferro. Ripeto, non posso giudicare il suo valore musicale, anche se devo ammettere che non vado pazzo per le sue canzoni. Ma non ho capito il perché di tanta eccitazione, tanta enfasi, tanta retorica nelle sue parole e nei suoi gesti. Quando alla fine ha baciato il palcoscenico, mi ha ricordato una delle peggiori pagine del Festival, scritta tanti anni fa da Albano. A proposito di Albano, della reunion di tutta la famiglia Carrisi si poteva anche fare a meno. Negli ultimi anni ce ne sono già state una dozzina, e poi dopo aver visto Quo vado di Checco Zalone, la nostalgia non è più quella di un tempo come ha scritto Simone Signoret. Neanche la nostalgia canaglia. Appena un gradino più sopra l’altra reunion, quella dei Ricchi e poveri. Divertente, coinvolgente, in grado di far ballare tutta la platea, ma per favore non esageriamo, se la trattiamo come se a riunirsi fossero, per un miracolo, i Beatles, ci facciamo del male. Infine tra i bocciati c‘è la scrittura. Ho l’impressione che chi ha regalato dialoghi brillanti e battute divertenti (Fiorello, Benigni) l’abbia fatto con la farina del suo sacco, come si diceva un tempo a scuola. Dove si è vista la mano degli autori non c’è stato niente di interessante: scenette tirate in lungo, soluzioni telefonate. Il livello più basso è stato raggiunto costantemente nell’Anteprima. E, visto che parliamo di televisione, qualche parola sulla regia. Corretta, coerente nel cercare effetti da show musicale, ma senza grande inventiva. Nelle prime serate ogni tanto inquadrava gli schermi sul palcoscenico, creando un effetto straniante di duplicazione dell’immagine. Poi ci ha rinunciato. Peccato perché era l’unica originale.

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