Siamo giunti al meglio e al peggio della terza serata del Festival di Sanremo, quella delle cover. Da anni è uno dei momenti più gradevoli, anche perché a volte vengono fuori versioni molto ben riuscite. Nek, per dirne una, alcuni anni fa impreziosì letteralmente la sua carriera con Se telefonando.

Peggior momento: Alberto Urso. Lo so, avevo scritto che non ne avrei mai parlato, ma non ce la faccio. Lo sappiamo, il ragazzo rappresenta la tradizione del bel canto, il tenorino pop, fin lì ci sta; ma lui si pone con quell’eccessivo accoramento che lo fa lacrimare senza soluzione di continuità, quando invece il suo genere – pur nell‘eccessiva empatia che gli è propria – sa risultare spesso molto potente. Lui no, lui mai. Tutto questo risulta stucchevole, piagnucolante e quasi inaccettabile per un brano molto bello come La voce del silenzio: andate a sentire la versione di Mina e capite con quanta forza e rivendicazione va cantata questa canzone.

Miglior momento: Tosca, ancora una volta. Ecco come si reinterpreta una canzone: se ne comprende l’anima e la si trasporta nel proprio mondo espressivo, nella propria poetica, tenendo fede al riferimento interpretativo ma comparando segno su segno per un significato personale nella forma e – quando l’operazione riesce – persino differente nel contenuto.

Tosca rivisita Piazza Grande di Lucio Dalla facendola attraversare dalla sua storia musicale recente, dal tour mondiale che ha portato al documentario Il suono della voce, dalle moltissime collaborazioni internazionali che lo hanno impreziosito, dal suo ultimo disco “Morabeza”, raffinato intarsio di contaminazioni di culture differenti che lo rappresenta. Con tutta la musica necessaria (arrangiamento di Joe Barbieri, un altro fuoriclasse, con Tosca anche in Morabeza), non una nota di più, e con il ritmo più adatto, l’intreccio intavolato a chiasmo con la cantante spagnola Silvia Perez Cruz è perfettamente funzionale a tutto questo, e le loro voci in italiano e spagnolo rendono naturalmente la forza libera di tutti gli ultimi del mondo, di tutte le piazze grandi, di chi può dire “quello che sono l’ho voluto io”.

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