di Tiziana Benedetta Bandini

Sempre di più in Italia si avverte la necessità di una comunicazione efficace che riguardi il disastro climatico ed ecologico in atto, tale da arrivare dritta al pubblico. Non basta più lanciare slogan, oggi c’è la necessità di affiancarli a informazioni verificate e rese il più possibile fruibili e comprensibili ai lettori.

Nel variegato mondo odierno della comunicazione i temi di carattere ambientale passano molto spesso in secondo piano. Le testate giornalistiche televisive e della carta stampata si prestano sempre più a raccontare l’effimero, perché è grazie a quello che si vende e si aumentano gli ascolti, consentendo una fuga leggera dalla pesantezza della routine, dai propri problemi.

Purtroppo parlare di disastri, di crisi climatica, di inquinamento, di stupro del territorio non fa vendere, da un lato perché fa paura, dall’altro perché anche in questo ambito gli interessi politici ed economici prevalgono sui contenuti. Ed è così che si procede svelti verso la vacuità assoluta, perché oggi l’informazione ha smesso di essere educativa.

La sfida principale dei nostri tempi è quella della qualità, cioè fare informazione con la capacità di trasmettere i contenuti scientifici, utilizzando linguaggi e strumenti efficaci, in grado di non cadere nella superficialità e nella approssimazione. Sotto la responsabilità di chi fa comunicazione, la vera sfida dovrebbe essere il raggiungere sia i policy-makers, veri responsabili del futuro di tutti noi, sia la società civile, in una più efficiente circolazione delle informazioni, nella capacità di sfruttare la comunicazione come uno strumento per avvicinare la collettività al suo territorio e ai suoi problemi. “Pensa globale, agisci locale”.

Il 15 ottobre di quest’anno il Guardian ha rinnovato la sfida, ha puntato tutto sulla qualità dell’informazione, scegliendo accuratamente parole ed espressioni per raccontare la crisi climatica. La spinta innovatrice poggia su: “assumere l’emergenza climatica come uno dei problemi principali del nostro tempo e allargare le conoscenze attraverso l’accuratezza con cui si parla delle cose: da un lato modificando la consapevolezza delle persone, dall’altro stimolando azioni e pratiche più informate e coscienti”.

Il Guardian ha fatto, dunque, una scelta linguistica ben precisa, al posto di “cambiamento climatico” ha scelto di usare “emergenza climatica”, “crisi climatica” o “catastrofe”, perché l’espressione “cambiamento climatico” può apparire blanda se la realtà di cui si parla “è una catastrofe“.

La direttrice Katharine Viner ha spiegato chiaramente che tali scelte riflettono i cambiamenti già portati avanti da scienziati e organizzazioni che si occupano di questo tema, ad esempio aver preferito “global heating” piuttosto che “global warming”(la differenza in italiano può sembrare sottile ma in inglese “warm” significa “tiepido”, mentre “hot” da cui “heat” significa “caldo”, di conseguenza è cristallino il riferimento all’intensità e alla gravità del fenomeno). Oppure “negazionisti del clima” piuttosto che “scettici”, perché la parola negazionismo corrisponde proprio alla propaganda politica portata avanti da coloro che negano le cause antropiche della crisi climatica ed ecologica.

Infine, tale cambio di paradigma ha coinvolto anche la scelta delle immagini, così che anche la comunicazione visiva racconti, in modo veritiero, l’impatto dell’emergenza climatica in tutto il mondo. Per tali ragioni si è deciso di mostrare immagini di persone che mostrino emozioni e situazioni reali ma soprattutto, l’impatto diretto delle problematiche ambientali sulla vita quotidiana degli individui e non più le solite immagini di panda o orsi polari.

Il problema più grande del comunicare e raccontare la crisi climatica sembra essere la difficoltà di comprendere i legami tra crisi climatica, vita quotidiana e scelte individuali (ad esempio il consumo di carne o il trasporto aereo o su gomma), ma soprattutto l’immediata reazione di rigetto che suscita nelle persone. Ciò trova fondamento nel fatto che la comunicazione è come un cerchio: presuppone uno scambio attivo tra mittente e destinatario, presuppone l’elaborazione e la interiorizzazione del messaggio, fino alla sua evoluzione in qualcosa di diverso e di comune alle parti.

Ecco, il Guardian ha puntato proprio a questo: l’interiorizzazione dei singoli attraverso la comunicazione di verità scientifiche.

Cari giornalisti italiani, voi cosa farete? Userete le parole giuste? Cari telegiornali, darete spazio a climatologi, scienziati, esperti? Abbiamo bisogno di nuove immagini e parole per raccontare gli scenari catastrofici attuali, ma soprattutto per creare connessioni fra i singoli e la crisi climatica ed ecologica. Perché alla fine, diciamocelo, domani saremo tutti noi a pagare la cecità di oggi.

Noi di Fridays For Future chiediamo a tutte le testate cartacee e televisive italiane che la crisi climatica ed ecologica occupi le prime pagine. Non abbiamo più tempo e adesso sta a voi decidere se essere parte della soluzione o parte del problema.

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