L’epidemia da coronavirus in atto – una pandemia dovuta alla rottura dell’equilibrio tra patogeni di differenti, specie viventi – rientra tra le conseguenze del cambiamento climatico in atto. Non è una affermazione mia ma è contenuta nel film-documenario Una scomoda verità dell’ex vicepresidente Usa, Al Gore, che ha vinto il premio Oscar nel lontano 2007, con una seconda parte prodotta nel 2017.

Leggo in un interessante articolo di Osservatorio diritti: “Se in Una scomoda verità già veniva accennato ciò che avrebbe comportato per l’umanità il non tenere conto del cambiamento climatico, la portata della minaccia nel film del 2017 è tangibile e inquietante. Nel caso in cui lo scioglimento dei ghiacciai e il reale rischio di distruzione per interi ecosistemi non fosse un argomento abbastanza convincente, il documentario dà conto delle prove scientifiche che dimostrano come un gran numero di crisi internazionali siano legate al cambiamento climatico. La perdita della biodiversità porta gravi squilibri tra le specie, con migrazioni di insetti e microrganismi e la conseguente diffusione di pandemie. Come nel caso del virus Zika, che si è rapidamente diffuso anche a latitudini impensabili”. Sullo Zika, nel 2019 gli scienziati hanno approfondito quanto la diffusione di alcuni vettori nella zona del Pacifico sia legata ai cambiamenti climatici.

Al momento possiamo fare solo supposizioni sull’origine dell’ultimo coronavirus ma la medicina che cura soltanto e che non si preoccupa di schierarsi totalmente al fianco degli ambientalisti come Greta Thunberg, a tutela dell’ambiente, preoccupandosi innanzitutto di prevenzione primaria, è una accademia di uomini ciechi destinati a cadere tutti. Come perfettamente illustrato nel dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, custodito nella nostra Pinacoteca di Capodimonte in Napoli. Greta e i nostri giovani ambientalisti non sono certo profeti di sventura ma semplicemente cittadini consapevoli di avere a rischio la propria sopravvivenza senza decise (ed immediate) politiche ambientali.

E’ quella stessa cecità che non fece capire ai nobiluomini napoletani del Pio Monte della Misericordia che il lombardo Caravaggio nelle Sette opere di misericordia corporale del 1607 non aveva fatto semplicemente un capolavoro di pittura, ma aveva messo sull’altare della loro Chiesa la perfetta riproduzione di quel degrado igienico sanitario di una Napoli vitale, carnale e peccatrice ma anche sovrappopolata e senza adeguate infrastrutture idriche e fognarie, ovvero la principale causa della gravissima epidemia di peste che avrebbe ucciso un napoletano su due, 40 anni dopo, nel 1656.

E tanti di quei nobiluomini e medici perirono nel tentare di salvare vite umane a peste in corso, come accade ancora oggi. Il primo morto registrato in questa epidemia da coronavirus è stato il medico cinese Lyang Wudong ma è mio preciso dovere ricordare oggi l’eroe italiano Carlo Urbani che ha perso la vita nel 2003 per assistere in Vietnam i primi pazienti affetti dalla epidemia di Sars (Sindrome respiratoria acuta) e fermare la epidemia.

Quando nel 1985 pubblicavo su Lancet che la immunodepressione che si registrava al termine dell’infezione da Hiv nei pazienti affetti da Aids era preceduta da molti anni di immunostimolazione cronica eccessiva ed inefficace legata agli stili di vita dei pazienti infetti (tossicodipendenza ed omosessualità senza protezioni), lo storico Mirko Gmerk già scriveva che quella pandemia da virus Hiv era una delle conseguenze della patocenosi in atto delle malattie umane modificata da una eccessiva “pressione” ambientale antropica, cioè generata dall’uomo.

Da scienziato, se sino ad oggi non abbiamo registrato la temuta virulenza nelle pandemie di Hiv, Sars e oggi da coronavirus, una concausa patogenetica da valutare consiste proprio nella immunodepressione indotta dall’avvelenamento cronico mondiale da inquinamento antropico. La patocenosi è un concetto ideato da Mirko Drazen Grmek e rappresenta l’insieme delle malattie presenti in una popolazione in un determinato periodo e in una determinata epoca. La patocenosi racchiude, quindi, un complesso di malattie, variabile sia quantitativamente sia qualitativamente, in cui la frequenza di ogni malattia dipende dalle altre malattie o da fattori ambientali.

Risulta chiaro a tutti i medici che la medicina e le malattie di cui ci occupiamo oggi è totalmente cambiata rispetto a non più di trenta anni fa. I medici non devono preoccuparsi soltanto di curare i malati e predisporre i vaccini. In prevenzione primaria, devono assumersi il coraggio di schierarsi totalmente e con vigore al fianco di tutta la scienza mondiale che da tempo certifica, inascoltata, l’imminenza del disastro totale su questo pianeta.

Sono ormai alcune decine di anni che, inascoltati, i geologi nel mondo ci hanno chiarito che siamo entrati nell’Era dell’Antropocene, l’Era geologica più breve mai registrata perché legata alla capacità dell’Uomo in pochi anni di cambiare e devastare l’equilibrio ambientale e quindi della vita (e quindi delle malattie: patocenosi) che si è generata su questo pianeta nel corso di milioni di anni. Ci hanno dato anche una deadline molto precisa: all’incirca il 2050. Anche la specie umana rischia la scomparsa tra le migliaia di specie già estinte su questo pianeta!

Smettiamola di gridare ai profeti di sventura e mettiamoci tutti insieme a lavorare seriamente e con urgenza per salvare il pianeta: non ne avremo un altro su cui sopravvivere!

Memoriale Coronavirus

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