di Paolo Bagnoli

Qualcuno ha osservato che la recente decisione della Corte Costituzionale chiude la stagione della “seconda Repubblica” apertasi con l’iniziativa di Mario Segni. Possiamo anche dire così; ma le cose stanno in maniera più complessa, anche se la definizione non è del tutto priva di senso. Il problema però, ancora una volta, è un altro. È un motivo che sottende sia il referendum Segni sia quanto successo dopo, in relazione alle leggi elettorali via via proposte e cambiate.

Con una faciloneria e supponenza addirittura professionale alla crisi strutturale della politica democratica – naufragata sotto lo tsunami di Tangentopoli -, invece di porsi il problema di come ricostruirla e darle senso, si è ritenuto che le cose potessero aggiustarsi tramite lo strumento della legge elettorale. Il ragionamento aveva finito per assumere addirittura un significato simbolico: poiché i partiti politici hanno prodotto Tangentopoli, facciamo in modo che essi sfumino sul fondo dello scenario politico.

Da qui, in breve, l’illusione del maggioritario il cui meccanismo permetteva di saltare a piè pari la questione della politica, poiché primaria diveniva solo quella del governo. Infatti, il governismo si è talmente diffuso e affermato fino all’ircocervo attuale; un governismo sempre in salsa scadente che ora prova a ripresentarsi tramite la trasformazione del succedaneo postcomunista, rappresentato Pd, e il tentativo dei 5Stelle di salvare qualcosa di se stessi.

Cosa succederà nessuno lo sa. L’unica certezza un po’ sostenibile è che, alla fine, viste le premesse, avremo l’ennesimo pasticcio: del primo soggetto come del secondo. Certo, le due forze marciano in convergenza parallela essendo mosse dalla medesima intenzione: tenere il governo costi quel che costi. La legge elettorale proporzionale si ritiene possa favorire il disegno. Il condizionale è d’obbligo poiché la destra è, e continua a essere, forte e pure pericolosa.

Essa è, anche, sostanzialmente anticostituzionale; non tanto per le reazioni alle decisioni della Consulta, ma in quanto il quesito violava la Costituzione. La Corte non ha fatto altro che rimanere fedele a se stessa e alle sue precedenti decisioni in materia. Il quesito altro non era che l’espressione del governismo della Lega.

Comunque si guardi la questione, tutto ci dice che la ricomposizione della politica democratica non interessa nessuno. Ciò non significa solo dotare la democrazia di partiti veri, ma anche ricostruire la compattezza dei grandi corpi dello Stato in un riaffermato e prevalente ordine costituzionalmente ineccepibile. Con perdurante infantilismo si ritiene, infatti, che una soluzione tecnica – quale è, a ben vedere, la legge elettorale – possa risolvere la questione politica. Una volta, a chi da giovane si avvicinava al fare politica, era una delle prime cose che si insegnavano: non c’è soluzione tecnica che ne risolva una politica.

Chi scrive ha più volte espresso la propria preferenza per il doppio turno alla francese. Esso, infatti, salvaguarda il pluralismo dei soggetti politici e assicura subito una maggioranza parlamentare poiché, nella votazione del ballottaggio, ci si esprime per una maggioranza di governo. La capacità di governare, poi, è altro. Nessuno, ma mai nessuno, ha spiegato perché tale sistema non incontri la preferenza delle forze politiche italiane. Anche questo è un sintomo forte della malattia che attanaglia la democrazia italiana.

Arriveremo a una legge elettorale proporzionale, sicuramente con una qualche soglia di sbarramento, poiché predominando il governismo la mentalità prevalente resta di tipo “maggioritario”, per cui occorre raschiare il fondo del barile.

Cosa sottenderà il ritorno al proporzionale che, in ogni caso, è assai meglio dell’attuale ibrido pasticcio? Ci sarà una qualche discussione sul rapporto che, per la nostra storia repubblicana, esiste tra avere una Costituzione non solo normativa e ordinamentale, bensì programmatica, e una Repubblica parlamentare?

Naturalmente lo si può sperare poiché, se ciò avvenisse, vi potremmo vedere una fiammella di possibile ripresa. Occorrerebbe, tuttavia, una classe politica adusa al pensare e non al dichiarare; quindi, si può essere certi che così non sarà. In tal modo, da occasione persa a occasione persa, si finirà anche per perdere il tutto e lo stesso imperante governismo non avrà, in ultimo, nemmeno la forza per generare un governo in grado di agire con una qualche capacità di farlo veramente.

Alla fine del tunnel – speriamo naturalmente di sbagliarci – non ci sarà che la richiesta di un assetto sostanzialmente autoritativo, con buona pace di tutti i soloni – vecchi e nuovi -, ma sempre in servizio permanente effettivo affabulanti il rinnovamento, le riforme e tant’altro ancora. Forte è il patire di una pseudo classe dirigente ciò che costituisce la prima fondamentale causa della nostra crisi.

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