Lo hanno freddato in strada con un gesto eclatante e dimostrativo, davanti agli occhi della figlia e abbandonando l’arma sulla scena del crimine. Un messaggio alle cosche del territorio dove si è consumato l’omicidio ma anche in modo che tutti potessero capire le conseguenze per chi non abbassava la testa. Un’esecuzione in piena regola come quella riservata ai boss. Due colpi di pistola calibro 7,65 che non gli hanno lasciato scampo.

Ma Bruno Ielo non era un boss. Per la squadra mobile e per la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Bruno Ielo era “un semplice e onesto tabaccaio” che, da solo, aveva messo in discussione il ruolo e il prestigio della cosca Tegano. Nonostante gli avvertimenti e le pressioni subiti per quasi un anno, non si era piegato ai voleri del clan di Archi che voleva fargli chiudere l’esercizio commerciale. Ex carabiniere, Bruno Ielo non aveva abbassato la testa davanti a Franco Polimeni che, pur non avendo mai riportato condanne definitive per associazione mafiosa, è ritenuto uno dei vertici della cosca Tegano.

Cognato del boss Pasquale Tegano, infatti, Polimeni gestiva un rivendita di tabacchi a poche centinaia di metri da quello di Bruno Ielo che più volte era stato avvertito di chiudere. “Ambasciate” e avvertimenti che non sono mai andati a buon fine. Nemmeno quando nell’agosto 2016, due persone con il casco sono entrate nella sua tabaccheria e gli hanno sparato in bocca. Bruno Ielo andava eliminato. E così è stato il 25 maggio 2017. Quella sera stava rientrando a casa con lo scooter. La figlia lo anticipava di qualche metro in auto. Erano da poco passate le 21, quando un altro scooter con una persona a bordo lo ha affiancato e ha fatto fuoco. Una manciata di secondi e Bruno Ielo è caduto a terra sulla via Nazionale a Catona, a poche centinaia di metri dalla sua abitazione. Aveva ancora in tasca l’incasso della giornata quando sono arrivati gli agenti della squadra mobile, guidata da Francesco Rattà. Coordinata dalla Dda, la sezione omicidi della squadra Mobile, guidata da Sandra Manfré, ha ricostruito a ritroso la dinamica dell’agguato: a sparare è stato Francesco Mario Dattilo, lo stesso soggetto che l’anno prima, assieme a Giuseppe Antonio Giaramita aveva rapinato il tabaccaio ferendolo gravemente. Anche in quella occasione buona parte dei soldi che i sicari erano riusciti a prendere dalla cassa dopo aver sparato a Ielo, è caduta davanti all’ingresso dell’esercizio commerciale.

Nella fase esecutiva dell’omicidio, lo scooter del killer è stato supportato da una Fiat Panda rossa guidata proprio Franco Polimeni in compagnia del suo uomo di fiducia Cosimo Scaramozzino. L’operazione “Giù la testa” è scattata stamattina all’alba. Già detenuto perché coinvolto in un’altra inchiesta antimafia, Franco Polimeni si è visto notificare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Karin Catalano su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dei sostituti della Dda Stefano Musolino e Giovanni Gullo. Come mandante del delitto Ielo, Polimeni è accusato di omicidio aggravato dalle modalità mafiose assieme al complice Cosimo Scaramozzino e all’esecutore materiale Francesco Mario Dattilo.

Anche loro sono stati destinatari dell’ordinanza di arresto così come il siciliano Giuseppe Giaramita, già detenuto e accusato di tentato omicidio. “Mio padre era una persona ligia che non avrebbe accettato i soprusi da parte di chiunque. – Aveva spiegato la figlia del tabaccaio ucciso agli inquirenti – D’altronde, qualcuno, parlando della morte di mio padre mi ha detto, qualche tempo fa, che ha sbagliato a non andare a presentarsi dal malavitoso che controlla la zona nel momento in cui ci siamo trasferiti”. Alla cosca Tegano aveva dato fastidio il modo di lavorare di Bruno Ielo che lasciava aperto il suo tabacchino dalla mattina alle 5 fino alla sera alle 21 senza nemmeno una pausa pranzo. Lo faceva nell’intento di garantire un dignitoso futuro alla figlia Daniela che lavorava con lui e alla quale, ogni volta che discuteva dei rischi collegati all’attività commerciale, replicava: “Hai un pezzo di pane. Io lo tengo per questo, perché non c’è lavoro”.

Così facendo, Bruno Ielo incrementava le vendite senza curarsi degli altri commercianti o dell’effetto che tale atteggiamento potesse ingenerare negli stessi e, in particolare, in Franco Polimeni. Quest’ultimo, ritenuto un pezzo da novanta della ‘ndrangheta di Archi, era convinto che eliminando il tabaccaio avrebbe risolto ogni problema della sua attività commerciale. Non aveva fatto i conti con la figlia di Bruno Ielo che, anziché desistere dal portare avanti la gestione della tabaccheria, anche dopo l’omicidio del padre manteneva le stesse abitudini, garantendo alla clientela un servizio continuativo senza interruzione durante la giornata e mantenendo aperta l’attività anche nei giorni festivi. Questo dava fastidio a Polimeni che controllava i movimenti e gli orari di Daniela Ielo anche dopo averle ucciso il padre. Parlando con sua figlia Rita (anche lei denunciata dalla squadra Mobile), infatti, il cognato dei Tegano si lascia andare uno sfogo commentando la crisi del proprio esercizio commerciale: “Doveva chiudere quella là fuori e chiudiamo noi…e abbiamo perso barca e rizza”.Una chiarissima frase che, per la Dda e per gli investigatori della squadra mobile, è una sorta di confessione.

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