Sono passati più di otto anni ormai dal plebiscito referendario pro acqua pubblica, che non ha poi trovato gran seguito, ma ad Itri, comune di 10mila abitanti in provincia di Latina, migliaia di residenti hanno l’acqua corrente grazie a dei pozzi privati (almeno 5), con concessioni rilasciate per esclusivo uso irriguo che, senza alcuna autorizzazione o controllo, erogano acqua a oltre mille abitazioni, anche se in molti sono convinti che si tratti di almeno il doppio. “Una rete idrica fai da te – dichiara a Ilfattoquotidiano.it Osvaldo Agresti, consigliere comunale Cinque Stelle di Itri – con cifre che oscillano tra i 1.500 ed i 3.000 euro per un allaccio, canoni annuali fissi tra 150 e 300 euro e le spese di pompaggio e gestione reti quantizzate in base ai metri cubi di acqua trasportata agli utenti. Parliamo di circa 80 mila euro annui a pozzo. Ognuno dei quali eroga acqua utilizzando reti idriche abusive che attraversano strade e terreni comunali. Questa situazione di totale illegalità va avanti ormai da decenni”.

La situazione è stata accertata dai Carabinieri forestali e dalla stessa Provincia di Latina che oltre un anno e mezzo fa ha inviato una diffida all’utilizzo dell’acqua al Comune di Itri. Il sindaco Antonio Fargiorgio però, lo scorso febbraio, ha emesso un’ordinanza per far proseguire l’erogazione dell’acqua dai pozzi privati che di fatto non è mai stata bloccata. “Ho preso questa decisione – spiega a Ilfattoquotidiano.it il primo cittadino – per evitare l’insorgenza di problemi di natura igienico-sanitaria. Una delle ipotesi sul tavolo per risolvere questa vicenda è la realizzazione di consorzi per la distribuzione dell’acqua tra i proprietari dei pozzi e i fruitori finali, con la partecipazione del Comune come ente controllore del servizio. A settembre scorso poi c’è stata una riunione in Regione durante la quale si è ipotizzata la soluzione al momento più accreditata che prevede l’ingresso del gestore idrico del nostro territorio, ovvero Acqua Latina. Questo però presume uno sforzo economico finanziario che il Comune non può fare, serve l’intervento della Regione e della Provincia”.

Proprio in Regione, un anno e mezzo fa, Gaia Pernarella, consigliere pentastellato, aveva presentato un’interrogazione senza ottenere una risposta. A maggio poi ne è stata discussa un’altra e l’assessore alle Infrastrutture e ai Trasporti, Mauro Alessandri, aveva ammesso il colpevole ritardo limitandosi a fotografare la situazione. “Dopo oltre un anno dalla prima interrogazione – evidenzia la Pernarella – mi aspettavo un riscontro concreto. Sono passati altri mesi ma, ad oggi, ancora non sappiamo precisamente in quale modo la Regione intenda esercitare il proprio ruolo di controllo sulla quantità e qualità della risorsa idrica immessa abusivamente in rete e come intenda assolvere al proprio ruolo di controllo contabile e di garanzia”.

Sulla vicenda sono stati presentati ben due esposti alla Procura di Cassino, prima da Agresti, lo scorso maggio, poi, una decina di giorni fa, da alcuni cittadini ‘utenti’ che usufruiscono, non avendo alternative, del servizio idrico dei pozzaroli privati. “In questa situazione – sottolinea il consigliere comunale – i cittadini hanno anche paura a denunciare. In un ventennio – rimarca Agresti – la situazione è diventata gigantesca, i pozzi sono molti di più di quelli rilevati. I proprietari hanno creato reti di distribuzione illegali estese diversi chilometri, per un totale di circa 2mila abitazioni coinvolte. Le istituzioni politiche locali e i dirigenti tecnici del Comune erano a conoscenza della situazione illegale diffusa. Lo dimostrano le numerose autorizzazioni, rilasciate dagli uffici competenti in materia, all’attraversamento delle condotte idriche private delle proprietà comunali. Autorizzazioni che non potevano essere date e che hanno anche indotto i proprietari dei pozzi a ricorrere al Tar contro la diffida della Provincia adducendo, tra le motivazioni, proprio le autorizzazioni rilasciate dal Comune”.

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