I lavori per il gasdotto Tap, nel Salento, sono andati avanti “in assenza di autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie”. E questo perché è considerata “illegittima” l’autorizzazione di compatibilità ambientale rilasciata con il doppio decreto del ministero dell’Ambiente del 2014 e del 2015, in quanto adottata “senza valutazione degli ‘effetti cumulativi’ esterni ed interni”, in violazione di direttive e convenzioni europee. Sono “parimenti illegittime le varianti in corso d’opera non sottoposte a procedura di verifica di esclusione dalla Via e dunque non autorizzate”.

È il cuore dell’inchiesta sul gasdotto che dall’Azerbaijan arriva fino in Puglia e che ora si arricchisce di un altro passaggio: nelle scorse ore, a 19 persone è stato notificato il decreto di citazione diretta a giudizio, firmato dal pm Valeria Farina Valaori. Tra gli imputati, a vario titolo, ci sono la stessa multinazionale Trans Adriatic Pipeline Italia, nella persona dei direttori Luca Schieppati ed Elisabetta De Michelis. Poi Michele Mario Elia, ex country manager di Tap, Gabriele Lanza, project manager della società e Marco Paoluzzi, direttore dei lavori. Infine, i rappresentanti delle aziende che hanno eseguito i lavori, tra cui Saipem. Per tutti i 19 il processo si aprirà il prossimo 8 maggio dinanzi al giudice Silvia Saracino, della II Sezione del Tribunale di Lecce.

L’inchiesta accorpa i due filoni relativi ai presunti abusi negli espianti di ulivi e all’inquinamento delle acque sotterranee. Resta fuori, invece, il procedimento più delicato relativo all’applicazione della normativa Seveso sul rischio di incidenti rilevanti e alla Valutazione di impatto ambientale unitaria: su questo fronte, si attende da mesi la chiusura delle indagini (tra gli indagati. anche i vertici di Tap e Gilberto Dialuce, direttore generale del ministero dello Sviluppo Economico), ma ancora nulla. Eppure, risale al 21 gennaio di un anno fa il controesame dei periti del Tribunale, dopo la consegna della loro relazione, per stilare la quale sono stati impiegati otto mesi nell’ambito dell’incidente probatorio. Le conclusioni a cui sono giunti hanno viaggiato in due direzioni: al gasdotto Tap non si applica la normativa Seveso ma, sotto il profilo dell’impatto ambientale e paesaggistico, si doveva procedere ad una valutazione unitaria quantomeno di massima tra il tratto Tap e quello Snam, che collega il primo per 55 chilometri da Melendugno (Lecce) fino a Brindisi. Quest’ultimo passaggio pare aver influenzato il ragionamento relativo all’inchiesta per la quale a maggio si terrà la prima udienza.

Oltre ai lavori in presunta assenza di autorizzazioni, di cui rispondono solo Elia, Lanza e Paoluzzi, nel decreto di citazione diretta a giudizio sono riportate anche altre accuse. Ci sono, ad esempio, l’espianto di ulivi in periodo diverso da quello indicato e la costruzione di recinzioni con jersey, reti e filo spinato in zone agricole di “notevole interesse pubblico”, senza la Via (Valutazione di impatto ambientale) e comunque in violazione di alcune prescrizioni. Ci sono, soprattutto, la mancata impermeabilizzazione di alcune aree, lo scarico di reflui industriali e il deposito di rifiuti che, con la pioggia, hanno causato la contaminazione della falda sottostante con sostanze pericolose, tra cui Nichel, Manganese, Arsenico, Azoto Nitroso e, soprattutto, Cromo esavalente, potente cancerogeno, rilevato in concentrazioni superiori alle soglie consentite. Ci sono, ancora, l’estirpazione di macchia mediterranea e la realizzazione della recinzione per consentire l’espianto di ulivi, nella famigerata “zona rossa” istituita tra novembre e dicembre 2017: l’ordinanza del prefetto, secondo il pm, non può considerarsi autorizzazione. Ci sono, infine, opere che sarebbero state realizzate abusivamente in aree sottoposte a vincolo e percorse dal fuoco.

Tra le parti offese, ci sono Alfredo Fasiello, presidente del Comitato No Tap Salento, otto sindaci del Leccese, il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, il ministero dell’Ambiente e le associazioni Vas Onlus, Codacons, Italia Nostra. Tra gli altri indagati: Lucio Mello, titolare dell’impresa che si è occupata dell’espianto degli ulivi, Massimiliano Greco, rappresentante dell’azienda che ha provveduto all’installazione delle recinzioni, Antonio Vallone, titolare della coop Montaggi Industriali, subappaltatrice del montaggio delle recinzioni, Luigi Romano, fabrication operation manager di Saipem, azienda appaltatrice principale per i lavori di costruzione del microtunnel e del tratto di condotta a mare, Adriano Dreussi e Piero Straccini, entrambi offshore constructione manager di Saipem, Luca Gentili, procuratore della Saipem, Yuri Picco, responsabile di commessa della I.CO.P. spa, subcontrattista per la realizzazione del pozzo di spinta, Aniello Fortunato, direttore tecnico di cantiere della I.CO.P., Mariano Giuseppe, direttore di cantiere della SME Strade srl, subcontrattista per la preparazione di aree di cantiere, Pino Calò, datore di lavoro presso la Geoambiente srl, subcontrattista per l’impermeabilizzazione delle vasche e intermediario per lo smaltimento di materiale da demolizione, Maurizio Luigi De Pascalis, di Galatina, rappresentante dell’ominima società che ha fornito il calcestruzzo, Claudio Coroneo e Pantaleo Notaro, soci amministratori della Nova Montaggi, subappaltatore del montaggio della recinzione, Alessandro Niccoli, amministratore unico della R.A. Costruzioni srl di Brindisi, esecutrice dei lavori.

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