Revisione. È la parola che il neoministro all’Ambiente Sergio Costa ha utilizzato per il gasdotto Tap, la condotta in fase di costruzione e che dal 2020 dovrebbe immettere il gas azero nella rete italiana. Revisione perché “opera inutile”. Revisione che nel linguaggio del M5s significa solo una cosa: provare a bloccare una volta per tutte i lavori. Non spostamento dell’approdo dal Salento a Brindisi, non ridimensionamento, ché quello è il progetto, solo stop. Come e appigliandosi a cosa è presto per dirlo. E di sicuro i pentastellati hanno un passaggio in più da fare: convincere la Lega di Matteo Salvini che i motivi per farlo ci sono. Volendo, però, i 5 stelle potrebbero anche procedere spediti, visto che occupano i posti chiave della filiera ministeriale che ha gestito finora la vicenda: Ambiente, Sviluppo Economico e persino Beni Culturali e Sud.

Nelle sue prime parole sul tema, Costa ha di certo svuotato di senso l’opera: “i consumi di gas sono in calo in Italia”. Dunque, quel gasdotto, a suo avviso, è superfluo. E lo dice ben sapendo che finora l’obiettivo dichiarato dei precedenti governi non è stato quello di utilizzare qui il metano azero, bensì di servirsene per rendere il Paese un nuovo serbatoio per l’Europa, per riposizionare l’Italia nello scacchiere geopolitico delle strade energetiche, con meno Russia sulla carta ma con uguale Russia nei fatti.

All’agenzia Reuters, il ministro ha specificato che “Il fascicolo Tap è sul tavolo e lo stiamo già affrontando, con priorità, considerando chiaramente che siamo al terzo giorno di lavoro appena. Il presupposto è che vista la strategia energetica, visti i consumi di gas in calo, quell’opera oggi appare inutile. Sarà revisionata, così come prescritto nel contratto, come le altre opere di concerto con altri ministeri”. Non c’è un riferimento diretto al gasdotto nel contratto di governo. C’è, però, quello alle grandi opere.

Per la multinazionale svizzera, nulla quaestio: solo qualche giorno fa ha dichiarato di essere tranquilla, perché “non c’è ragione per temere uno stop”, anche perché “si è perfettamente autorizzati e anche in avanzatissimo stato di realizzazione”. Da quanto trapela da ambienti romani vicini al ministro, tuttavia, si tenterà di far venire al pettine tutti i nodi, cercando, se necessario, di riaprire la procedura di Valutazione di impatto ambientale e infilare così Tap in un vicolo cieco. Si renderebbe impossibile, a quel punto, il rispetto degli accordi internazionali che impongono di ultimare i lavori entro tre anni. Si potrebbe minare alle fondamenta anche il maxifinanziamento da 1,5 miliardi di euro già concesso dalla Banca Europea degli investimenti, oltre che quello da 1,2 miliardi che la Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, potrebbe concedere.

Si tenta di rovesciare il tavolo, insomma. Ma non è affatto cosa semplice, ad oggi. Si passano al setaccio eventuali problemi procedimentali; le autorizzazioni rilasciate dai ministeri dopo aver esautorato la Regione Puglia; i rilievi tecnici sul microtunnel, il tubo che si inabissa al largo delle spiagge di Melendugno (Lecce) e rispunta in aperta campagna. Buona parte del flusso di notizie arriva dal territorio salentino, dal Movimento No Tap, dal Comune interessato e da quelli che hanno portato alla riapertura delle indagini ad un anno dall’archiviazione.

L’inchiesta della Procura di Lecce corre in parallelo e si attende entro la fine dell’estate la maxiperizia disposta nell’ambito dell’incidente probatorio. Dovrà dire se Tap e Snam (metanodotto lungo 55 chilometri e che collega il primo alla rete del gas) dovevano essere considerate unica opera oppure se il frazionamento è servito a eludere le valutazioni di impatto ambientale e, soprattutto, l’applicazione della normativa sul rischio di incidenti rilevanti. I percorsi, giudiziario e amministrativo, alla fine potrebbero incrociarsi. E non è escluso che da quella perizia arrivi un assist non da poco a Costa. Che però, nel frattempo, si muove: in questi giorni, ha chiesto indicazioni e documenti ai parlamentari cinquestelle che si sono occupati della faccenda, pugliesi e non, a cominciare dalla collega ministra del Sud Barbara Lezzi, che in campagna elettorale ha sottoscritto l’impegno a stoppare Tap in caso di vittoria.