Fu l’omicidio mafioso di un “uomo politico nuovo” che voleva cambiare “dal di dentro” un sistema vecchio e marcio. Fu il primo di una lunga e sanguinosa serie di uomini delle istituzioni eliminati perché nemici della mafia, anche politica. Non fu solo un omicidio ordinato dalla mafia militare. Piersanti Mattarella era una anomalia, la prima, in quegli anni di pace tra politica e mafie. E quel delitto, come la strage di Portella della Ginestra, è uno spartiacque nella storia italiana.

Era l’Epifania. 1980, 40 anni fa. Anni lontani che sembrano più di un secolo. Mattarella aveva 45 anni. Professore universitario e astro nascente della Democrazia cristiana, un partito onnipotente allora, una cultura in Italia. Un modo di fare la politica, in Sicilia il partito delle relazioni con la mafia. Da presidente della Regione, Mattarella aveva il rango di ministro. “Se sei contro la mafia, o sei ateo o comunista”, tuonavano gli arcivescovi di Palermo in quel tempo. Palermo era cupa. Mattarella Piersanti era cattolico fervente, ma aveva avviato in Sicilia l’alleanza con il Pci.

Vito Ciancimino, nativo corleonese, pur non essendolo mai stato (se non per pochi giorni), in quegli anni era il vero sindaco della città. Controllava tutto. Una tranquilla città amministrata dalle cosche. Nel luglio 1979 in un bar dei quartieri del sacco edilizio era stato ucciso il capo della squadra mobile, Boris Giuliano. Perché aveva iniziato a mettere il naso negli affari della Cosa nostra italo americana. Ucciso nell’ultima estate di quel decennio, sei mesi prima di Mattarella e dell’inizio del fuoco mafioso sulle istituzioni.

Dopo, cinque anni di fuoco. Il capo dell’ufficio istruzione Cesare Terranova (settembre 1979); il procuratore Gaetano Costa (agosto 1980), il capo del Pci regionale Pio La Torre (luglio 1982); il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (settembre 1982), Rocco Chinnici (luglio 1983). E poi ancora magistrati, poliziotti, giornalisti.

A Milano, nel luglio 1979 era stato ucciso dalla mafia, su ordine di Michele Sindona, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca privata del banchiere di Patti. Un anno prima di Giuliano e un anno e mezzo prima di Mattarella, nel marzo 1978, a Roma era stato rapito Aldo Moro. Che era il leader politico di riferimento di Mattarella. Sinistra Dc.

L’Italia era questa, per chi lo abbia dimenticato o sia nato dopo. Giulio Andreotti, dall’estate 1979 non era più presidente del Consiglio nel governo del “compromesso storico” col Pci e dopo le elezioni era stato rieletto alla Camera ma nominato presidente della commissione esteri. Il suo capocorrente in Sicilia, Salvo Lima (poi ucciso nel 1992), era onnipresente e dal 1979 era stato eletto al Parlamento di Strasburgo.

E in quella Italia, cupa, attraversata dalla strategia della tensione e del terrore rosso e nero, Mattarella Piersanti era stato prima commissario moroteo della Dc siciliana, poi assessore regionale al Bilancio e, infine, proprio nei giorni del rapimento Moro, era diventato Presidente della Regione. Aveva già fatto una legge di trasparenza sulla pubblica amministrazione e per la programmazione dei fondi regionali, aveva dichiarato “guerra” agli appalti regionali gestiti in modo opaco.

L’attuale sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che quegli anni era giovane giurista consulente della Regione, mi ha ricordato che la prima uscita da presidente Mattarella la fece a Cinisi, qualche giorno dopo l’assassinio di Peppino Impastato (9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui Moro – capocorrente di Mattarella – fu consegnato in via Caetani, morto, dalle Br). In prima fila, quel giorno a Cinisi, c’erano i compagni di Peppino che era comunista e fu la prima vittima della società civile morta per ordine di Cosa nostra: “Dc è mafia”, gridavano gli amici di Peppino. Era il partito del presidente della Regione lì sul palco, ma qualcuno presente ricorda di aver colto un cenno di vergogna nel volto di Mattarella. Lui sapeva chi erano i suoi nemici.

Lo hanno ucciso vicino casa, nel centro di Palermo, viale della Libertà, due passi dalla prefettura. Il 6 gennaio il Comune di Palermo gli intitola il giardino Inglese. Parco Mattarella. Quella mattina lui usciva per andare a messa, sulla sua Fiat 132. Non aveva scorta. Con lui la moglie, i due figli e la suocera. Morto. Lo scrittore Leonardo Sciascia alluse subito a “confortevoli ipotesi” che avrebbero potuto ricondurre l’omicidio alla semplice firma della mafia siciliana.

E così è stato. I processi nati da quel delitto hanno portato a un paradosso giudiziario: condannati in via definitiva i mandanti, i membri della cupola di Cosa nostra (da Totò Riina in giù), ma mai accertato in un’aula di giustizia il nome degli esecutori materiali. Fu ipotizzato uno “scambio” (non inedito in quegli anni) tra mafia e destra estrema. Una pista portò a un processo contro presunti killer neofascisti, a Giusva Fioravanti, accusato (e per questo condannato in via definitiva) della strage alla stazione di Bologna, avvenuta sei mesi dopo il delitto Mattarella. Ma Fioravanti, riconosciuto dalla moglie di Mattarella, è stato poi assolto.

Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995, che ha giudicato i mandanti dell’assassinio, è scritto che “l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi”.

Il pentito Marino Mannoia ha raccontato di due riunioni avvenute a Palermo alla fine del 1979 nelle quali i vertici mafiosi dell’epoca avrebbero avvertito Lima e Andreotti del loro odio per Mattarella. La veridicità di una di quelle riunioni è stata confermata in Cassazione. La testimonianza del pentito è finita nel processo Andreotti, assolto per le sue presunte connivenze, ma prescritto per le sue relazioni pericolose avvenute fino a quel 1980 siciliano.

Di quel delitto Mattarella, il giudice Giovanni Falcone, nell’audizione del novembre 1989 davanti alla Commissione parlamentare antimafia, ha detto: “Si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa a quella mafiosa o si compenetri con quella mafiosa”. Sei mesi prima del delitto Mattarella, Falcone aveva iniziato a lavorare nel pool antimafia di Chinnici. Quel verbale reso da Falcone tre anni prima di essere ucciso a Capaci è stato secretato fino al 21 dicembre scorso. Ma nessun magistrato ha mai sciolto il dubbio su quella convergenza di interessi politico-criminali sul delitto Mattarella.

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