L’escalation delle tensioni in Medio Oriente ha portato il vento della paura sui mercati finanziari, mandando alle stelle oro e petrolio. E così dopo l’Asia, anche l’Europa che pure ha recuperato buona parte delle perdite, ha chiuso in rosso, con Londra che ha lasciato lo 0,6%, Francoforte lo 0,7%, Parigi lo 0,5% e Milano lo 0,5 per cento, sostenuta dal gruppo degli armamenti Leonardo (+2,8%) e dal petrolifero Eni (+1,5%), che hanno fatto da contraltare ai bancari.

Il rovescio della medaglia della fuga dai listini è stata una contemporanea corsa all’oro, il classico rifugio nell’incertezza: le quotazioni sono sui massimi dal 2013 (scambiato a 1.564 dollari l’oncia, in leggero calo rispetto a venerdì). Nell’arco della giornata i prezzi dell’asset hanno registrato un rialzo superiore al 2,3% a 1.588,13 dollari l’oncia. Secondo Goldman Sachs, la volta dei prezzi potrebbe continuare. La banca Usa ritiene infatti l’oro una scommessa migliore rispetto al petrolio fra le crescenti tensioni.

A proposito dell’oro nero, dopo aver superato i 70 dollari al barile per la prima volta in oltre 3 mesi, il Brent è tornato sui 69 e in chiusura dei mercati europei sale dello 0,63% a 69,03 dollari al barile. Movimento analogo per il Wti: +0,29% a 63,23 dollari al barile. La preoccupazione dell’industria energetica è che l’Iran possa colpire gli impianti di petrolio e gas lungo il Golfo Persico, importanti per gli Stati Uniti e i loro alleati della regione.

“Un duraturo conflitto” fra Stati Uniti e Iran causerebbe “shock economici e finanziari” in grado di “peggiorare le condizioni operative e di finanziamento”, dice l’analista di Moody’s Alexander Perjessy, sottolineando che un “prolungato conflitto avrebbe potenziali conseguenze globali, in particolare tramite gli effetti sul prezzo del petrolio”.

“L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte degli Stati Uniti nel fine settimana” e le conseguenti “ricadute in corso hanno rapidamente intensificato il rischio di eventi nella regione del Golfo”, commenta invece in una nota Standard & Poor’s Global Ratings, spiegando che “per ora, questi sviluppi non cambiano la nostra ipotesi di base che qualsiasi azione militare da entrambe le parti non porterà a uno scontro militare diretto a pieno titolo. Continuiamo a credere che qualsiasi escalation rimarrà contenuta, dato che un conflitto diretto sarebbe destabilizzante economicamente, socialmente e politicamente per l’intera regione, compresi gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo”.

Gli analisti dell’agenzia di rating ritengono pertanto che “una potenziale intensificazione dei conflitti per procura minerà ulteriormente la fiducia e gli investimenti nella regione. I nostri rating sui sovrani del Golfo tengono già conto di un certo livello di volatilità geopolitica regionale”. Se emergerà un conflitto prolungato e più ampio, prosegue S&P, supponendo che “le rotte di esportazione rimangano funzionali, il vantaggio fiscale di un innalzamento dei prezzi del petrolio per i sovrani del Golfo sarà probabilmente compensato dall’effetto negativo sui deflussi di capitali e dalla crescita economica più debole, a nostro avviso”.

In uno scenario simile Abu Dhabi, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita “sarebbero probabilmente meglio ammortizzati dalle loro grandi scorte di asset” non governativi. Per S&P Global Ratings “un’ulteriore escalation” delle tensioni tra Stati Uniti e Iran “potrebbe essere particolarmente destabilizzante per la sicurezza dell’Iraq, in particolare se si verificano attacchi di rappresaglia nel paese. Tuttavia, il basso livello di rating incorpora già un alto grado di rischio politico e le profonde sfide che il paese deve affrontare”, conclude S&P.

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