La fine dell’anno è tempo di bilanci. Ne tentiamo uno per la materia che ci compete, quella che riguarda il sistema penitenziario italiano. Va detto innanzitutto che chi ha a cuore la sicurezza del Paese dovrebbe avere a cuore anche un modello di vita carceraria rispettoso dei diritti fondamentali. La pena del carcere contribuisce alla sicurezza collettiva nei limiti in cui è utilizzata per avviare, nel momento della detenzione, percorsi personalizzati di reintegrazione sociale.

Il tasso di recidiva dei detenuti è inversamente proporzionale alla disumanità della punizione subita. Maggiori occasioni di studio, di lavoro, di intrattenimento di qualità sono state offerte ai detenuti, di maggiori relazioni con l’esterno essi hanno potuto disporre, meno violenza hanno visto e subito e più basso è il tasso di recidiva e di ritorno alla vita criminale. Vi è dunque un rapporto diretto tra garanzia dei diritti dei detenuti e sicurezza. Chi lo nega mistifica la realtà al fine di assecondare quel sentimento di vendetta che serpeggia nella società.

Nell’ultimo anno Antigone ha visitato più di cento carceri, con l’obiettivo di dare un contributo alla sicurezza di tutti (cittadini e detenuti) attraverso il rispetto (da parte di tutti) dell’articolo 27 della Costituzione, che impone l’esecuzione di pene umane e finalizzate alla risocializzazione.

Le visite sono avvenute con uno spirito di ricerca, analisi, studio e mai viziate da pregiudizio. Esse sono rese possibili da un accordo con l’amministrazione penitenziaria, la quale va ringraziata per l’apertura mostrata nel concedere le autorizzazioni. Nella quasi totalità dei casi, gli osservatori di Antigone hanno incontrato direttori, poliziotti, educatori e operatori di grande sensibilità.

Purtroppo il sovraffollamento, nel momento in cui riduce lo spazio vitale a disposizione di ogni detenuto e contribuisce a renderlo anonimo rispetto alla presa in carico degli operatori penitenziari, è la prima causa di disagio e di ostacolo al rispetto dei vincoli costituzionali. È un panorama preoccupante quello che si percepisce dalla lettura delle statistiche: al 30 novembre 2019, i detenuti presenti nelle quasi 200 carceri italiane erano 61.174, circa 1.500 in più rispetto al dicembre del 2018 e 3.500 in più rispetto al 2017.

Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno. Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale.

Il tasso di affollamento ufficiale è del 121%. Tuttavia, circa 4mila dei 50.476 posti ufficiali non sono al momento disponibili, portando il tasso effettivo al 131%. Trattandosi di un tasso medio, ci sono casi virtuosi e istituti dove al contrario si sta davvero stretti: a Como e Taranto, ad esempio, il tasso di affollamento è addirittura del 202%. In generale, al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 159,2% (il 165,8% se consideriamo i posti conteggiati ma non disponibili), seguita dal Molise (150% quello teorico, 161,4% quello reale) e dal Friuli Venezia Giulia (144,1% teorico e 154,7% reale).

Nel 27,3% degli istituti visitati sembrerebbero esserci celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 metri quadri di superficie calpestabile ciascuno, una condizione violativa dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che proibisce la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. Inoltre, in più della metà degli istituti nei quali siamo entrati abbiamo trovato celle senza acqua calda disponibile. In altri cinque, vi erano celle in cui il water non si trovava neanche in un ambiente separato dal resto della stanza.

Anche sulla situazione sanitaria emerge preoccupazione. In un terzo degli istituti visitati non era presente un medico con continuità lungo tutte le 24 ore e per ogni 100 detenuti erano in media a disposizione solo 6,9 ore settimanali di servizio psichiatrico e 11,6 di sostegno psicologico.

Numeri bassissimi, alla luce del disagio psichico e delle patologie psichiatriche di cui soffre un’ampia parte della popolazione detenuta. Dalle rilevazioni di Antigone è infatti emerso che il 27,5% dei reclusi assume una terapia psichiatrica. Inoltre, il 10,4% è costituito da tossicodipendenti con un trattamento farmacologico sostitutivo in corso.

Anche per quanto riguarda il lavoro la situazione non è migliorata rispetto agli anni passati. I detenuti che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sono, in media, circa il 25% del totale e, nella maggior parte dei casi, questo impegno è solo di poche ore al giorno e non tutti i giorni della settimana. Solo il 2,2% lavora per una cooperativa privata o per un datore di lavoro esterno. Infine, nel 30% degli istituti visitati non c’è alcun corso di formazione professionale.

Se questo è il quadro delle carceri italiane del 2019, per il 2020 ci auguriamo un’inversione di rotta e di trattamento, a partire da nuove risorse da investire nell’assunzione di giovani direttori, educatori, medici, mediatori culturali, nonché nel riconoscimento di un adeguato sostegno lavorativo (che tenga conto del burnout professionale) per tutti quei poliziotti che altrimenti rischiano di affidarsi alle facili e demagogiche ricette salviniane, in base alle quali la soddisfazione del personale arriverebbe dal trasformare il detenuto in un nemico.

Un segnale positivo è arrivato dall’annuncio di un concorso per 100 nuovi dirigenti per l’esecuzione penale esterna. Si continui così. E non si inseguano le sirene populiste anti-costituzionali.

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