Rivoluzione. Quest’orizzonte vibrante al quale secoli di sollevazioni popolari hanno aspirato, per trasformare radicalmente l’esercizio del potere. Cile, Algeria, Libano, Ecuador, Iraq, Sudan, Hong Kong, Francia. Dagli ultimi anni, il popolo non smette di spargersi per le strade delle capitali del mondo. Ma diventeranno tutte delle rivoluzioni?

Ogni mobilitazione ha la sua storia, i suoi punti di partenza, la sua congiuntura politica. Però in mezzo a queste specificità si possono vedere molte similarità, che in France Insoumise vengono indicate con il concetto di “rivoluzione cittadina”.

Tutte partono da sofferenze sociali sotterrate da decenni di repressione normalizzata, ove la convergenza collettiva permette finalmente di creare la forza per denunciarle e combatterle. Tutte rivendicano il diritto alla dignità, al lavoro, alla mobilità, ai servizi pubblici. Esigono che i rappresentanti siano all’altezza delle loro responsabilità davanti alle esigenze climatiche del futuro e davanti al funzionamento delle istituzioni, che devono permettere una vera partecipazione del popolo nelle decisioni. Il forte coinvolgimento delle donne è fondamentale poiché riesce a provare l’evidente incompatibilità del patriarcato con la giustizia sociale. Anche i giovani, chiaro, sono sempre molto presenti. Ovunque si brandiscono bandiere come prova di una volontà collettiva di (ri)fare nazione.

Si denuncia dall’inizio l’irresponsabilità dei rappresentanti eletti, la loro corruzione e sconnessione totale con la vita reale. Ma nonostante le manifestazioni, le assemblee popolari, le innumerevoli riunioni collettive, spunta l’evidenza che cambiare rappresentanti senza cambiare il sistema non sarà sufficiente. E da lì nasce la necessità della rivoluzione cittadina per affrontare i rapporti di forza imposti a livello mondiale dalle potenze non-democratiche della finanza e delle lobby.

Si possono distinguere due momenti di stato di coscienza collettiva nel processo rivoluzionario. Il primo è il momento destituente. Produce la rottura nella catena di consenso all’autorità dello Stato, crea l’incrinatura da dove la rivoluzione sfonderà. Dall’altra parte, l’ordine stabilito dello Stato resiste sempre, con forza, con tutti i suoi mezzi e risorse, e spesso riesce a mantenersi. L’artefatto rivoluzionario avviene giustamente in questo ribaltamento dell’ordine che apre la via al secondo momento: il momento costituente. Lì il popolo sovrano, in tutto quello che lo unisce e lo divide, si autoconvoca per istituire le basi di una nuova organizzazione politica giusta ed egualitaria.

Il compito è immenso, difficile, ispirante. Alcuni pensano che non accadrà mai. Ma forse la cosa più importante è essere convinti che tutto cominci con i passi quotidiani, continui e speranzosi, di ognuno e ognuna di noi.

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