Chi esce dal labirinto di acciaio e nebbia della Stazione Centrale di Milano e risale il naviglio della Martesana si imbatte in un signore di 84 anni che, ogni mattina, inspira con le braccia l’energia del cielo e, seguito da una piccola folla di passanti-allievi, esegue i movimenti del Tai Chi.

In un paese sempre più vecchio, Luigi Lastore, ex-programmatore dell’Ibm, offre un esempio clamoroso di vitalità e anche di pietas filiale. Quando l’età gli ha vietato di vincere ancora maratone che stroncherebbero un cavallo (come la “100 km del passatore“ da Firenze a Faenza), è diventato allievo del figlio, maestro di Tai Chi.

“L’ultima maratona papà l’ha corsa a 68 anni, in Canada – racconta Claudio Lastore – lui correva a piedi e io lo seguivo in bici. Quando ha raggiunto i 75 anni gli ho insegnato il Tai Chi, che oggi lui insegna ai passanti. A fine dell’anno gli offrono una pizza. Io ho iniziato per caso. Giocavo a pallavolo e nel 97 mi ruppi un ginocchio. Mi consigliarono il Tai Chi come riabilitazione ed è diventato la mia vita. Ho praticato 10 anni l’Original Yang Stile con Fabio Patruno, e poi, dal 2006 in avanti ho sostenuto una serie di esami con Master Chu”.

Il Tai Chi che insegna Lastore non ha nulla di esoterico o di new age. La musica di sottofondo è molto simile a quella che si ascolta dal parrucchiere o dal dentista e ogni lezione inizia cazzeggiando sui temi più banali, dall’urgenza di passare a Vodafone alle nocciole turche nella Nutella. Questo produce un’atmosfera rilassata e leggera che fa cadere ogni ansia da prestazione e permette di assemblare le persone più diverse.

“Cercavo un’attività che mi permettesse di rilassarmi mentalmente e di ridurre i dolori di schiena – dice Simone, 48 anni, tecnico specialista di ascensori e impianti elettrici – ma mi ha giovato anche a livello relazionale. Ho sempre avuto difficoltà a far valere le mie ragioni, mentre adesso, di fronte a un comportamento aggressivo, visualizzo un movimento del Tai Chi che si chiama ‘respingere le scimmie’. Mi dico: ok, tu sei la scimmia? Io arretro, ma contemporaneamente, con la mano, ti tengo lontano”.

Tiziana, che fa la programmatrice, viene dalla danza classica: “Ho iniziato nel 2009. Quello che ho appreso dal Tai Chi – dice – è l’importanza di essere centrati e radicati. È una cosa non solo fisica, ma anche psicologica: quando faccio Tai Chi e mi rendo conto di non essere centrata, vuol dire che non lo sono anche psicologicamente, che ho degli stress, dei problemi”.

Riccardo, che ha 31 anni, fa il programmatore. “Ho iniziato con la boxe – dice – che pratico tuttora, ma cercavo anche qualcosa che lavorasse sulla concentrazione, sulla respirazione”. Gli chiedo se queste pratiche hanno lasciato delle tracce anche nella gestione dei conflitti. “Beh – risponde – con la boxe è piu semplice: a Madrid ho messo ko uno che voleva rubarmi il portafoglio. Il Tai Chi mi aiuta di più a livello interiore. Il fatto di entrare in un ciclo di respirazione ti evita l’ansia in un ingorgo stradale, specie se sei in ritardo, oppure se il capo o un cliente ti fanno girar le balle.”

“Io lavoro al tribunale di Milano – racconta Silvana – e volevo trovare uno spazio per me. Mi piace perché pratico insieme ad altri. Non è come in palestra dove ognuno è per conto suo. Se sul lavoro qualcuno mi critica, oggi mi ferisce molto meno. Prima incassavo, ma mi rovinavo tutta la giornata. Anche in metro o in bus il contatto con la massa, oggi, mi dà meno fastidio”.

Sergio, che lavora in banca, pratica da 15 anni: “Quando si arriva a sera stanchi o stressati, quell’ora di Tai Chi o di ‘esercizi taoisti’ ti aiuta a rilassarti e ti senti di nuovo carico di energia. Ogni tanto, in metrò, ‘testo’ l’equilibrio tenendo le gambe leggermente piegate e il coccige retroflesso e vedo che non ho bisogno di tenermi”.

Chiedo a Claudio Lastore come e se cambiano i praticanti dopo anni di attività. “Alcuni arrivano con una specie di ‘fretta’ di rilassarsi o di apprendere, ma poi imparano a gustarsi la pratica prendendosi tutto il tempo. Altri arrivano un po’ chiusi in se stessi, e diventano dopo poco tempo più aperti e disponibili. Un’allieva, appassionata di visite ai musei, mi dice che adesso riesce a stare per ore davanti ai quadri, mentre le sue compagne, dopo un po’, si sdraiano sfinite sulla prima poltrona. Quasi tutti a un certo punto smettono e quasi tutti poi ricominciano, come Pino, che ha smesso, ha praticato aikido sino a conquistarsi la cintura nera e adesso è tornato”.

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