L’esistenza e la dignità vengono prima del prodotto e dei prezzi”. Sono i fondamenti del lavoro per Lucio Cavazzoni, ex presidente di Alce Nero e co-fondatore di una nuova start-up agricola, Good Land, presentata a Bologna. L’impresa ha un obiettivo chiaro, “che è più alto dell’affare specifico: produrre un impatto positivo sul territorio – spiega Cavazzoni -. È il tempo di passare dalla comunicazione alla relazione, dal marketing infingitore a quello che crea coscienza, dal raccontare al fare”.

L’idea è quella di un’impresa nuova, attenta al territorio e alle persone che lo vivono. Good Land, infatti, rappresenta una terra che è sempre buona perché offre vita – come pensavano i nativi Lakota confinati dai colonialisti europei nelle ‘Badlands’ del sud Dakota – e che quindi va rispettata. “L’attuale gestione delle risorse naturali e umane e le politiche che governano il pianeta – afferma Cavazzoni – concepiscono solo l’accaparramento delle risorse, il loro consumo fino alla distruzione e mai la loro rigenerazione. E il mondo delle imprese, molto più dei singoli individui, ha una grande responsabilità sul depauperamento ambientale e sociale ormai evidente a tutti”.

La priorità di Good Land è di contribuire a creare impatto sociale e ambientale insieme alle comunità, facendo in modo che i prodotti creino consapevolezza. E di mettere al centro la salute delle persone e dell’ambiente, attraverso una ricerca scientifica che attraverserà le fasi di creazione dei progetti che si svilupperanno nei prossimi mesi in particolare negli Appennini, a partire da quelli emiliani, con produzioni lattiero-casearie.

Ma c’è già un primo prodotto, che nasce su altri territori: la passata di pomodoro contro il caporalato, prodotta insieme all’associazione No Cap nelle aziende agricole di Rignano Garganico, nel Foggiano: “Un calcio al caporalato, al lavoro illegale, allo schiavismo”, afferma sempre Cavazzoni. Ma a spiegare meglio questo prodotto è Yvan Sagnet, presidente dell’associazione, ingegnere ed ex bracciante che nel 2011 ha guidato il primo sciopero dei braccianti stranieri proprio nelle campagne pugliesi: “Da bracciante agricolo ma anche studente avevo un vantaggio in più: l’istruzione. Avevo gli strumenti per dire che quello era sfruttamento. E in mille abbiamo rivendicato i nostri diritti mettendoci la faccia, prendendo coraggio”. Grazie anche a quello sciopero ora l’Italia ha una legge contro il caporalato, ma è necessario che quei diritti, che troppo spesso mancano, siano garantiti in primo luogo dalle imprese. “No Cap è un progetto che cerca di passare dalla protesta alla proposta: cerchiamo di far lavorare persone vittime di caporalato per dare loro un lavoro degno, cerchiamo di dare degli strumenti ai lavoratori: gli alloggi, per sostituire i cosiddetti ghetti, mezzi di trasporto per far viaggiare i ragazzi in sicurezza”. E poi ci sono il contratto sindacale regolare e la visita medica il giorno prima dell’inizio.

Un risultato a cui l’associazione è arrivata grazie al coinvolgimento di agricoltori, catene distributive, amministrazioni. Ma a essere chiamata in causa è anche la società civile: “Noi chiediamo che ognuno faccia la sua parte – conclude Sagnet -: il progetto riuscirà pienamente se, e soltanto se, i consumatori avranno consapevolezza di quello che sta succedendo. Fino a quando noi andremo al supermercato comprando barattoli di pomodoro a basso prezzo senza pensare che a rimetterci sono stati i lavoratori, senza pensare che il motivo di un prezzo così basso è lo sfruttamento, non ci potrà essere un vero passo in avanti. Se noi non ci facciamo queste domande, continueremo ad alimentare il sistema del caporalato, delle mafie, dello sfruttamento”.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L'abbiamo deciso perchè siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un'informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Londra, bimba apre cartolina di Natale e legge: “Siamo prigionieri stranieri in Cina, aiutateci”

next
Articolo Successivo

Treni: ‘tu vo’ fa l’americano’, ma ci freghi sull’alta velocità

next