La segnalazione: c’è “questo amico mio, giovanotto brillante di Catania”, bisogna dargli una mano e aggiustare una causa al Tar della calabria. La risposta: “Andiamo e parliamo con Durante allora…!”. In cambio di 50mila euro. Tanto, secondo la procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri, sarebbe stato promesso a Nicola Adamo, ex parlamentare ed ex assessore regionale del Partito democratico indagato per traffico di influenze nell’ambito dell’operazione “Rinascita Scott“.

Il nuovo guaio giudiziario per l’ex deputato dell’Ulivo, per il quale la procura di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio nell’inchiesta Passepartout, nasce da una richiesta di Giuseppe Capizzi, imprenditore catanese. La sua Consorzio Stabile Progettisti Costruttori/Cospin Srl aveva partecipato a una gara indetta dal comune di Vibo Valentia, ma era arrivata seconda con un punteggio di 91,71 contro i 93,30 del Consorzio Stabile Coseam Italia Spa, la società vincitrice, e lui aveva impugnato l’assegnazione dinanzi al Tribunale amministrativo regionale. Il 31 marzo 2018 Capizzi incontra a Messina l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino e gli chiede un aiuto per risolvere la causa in suo favore.

Giamborino si muove e interessa le conoscenze che contano. Il 3 aprile incontra Adamo, “stretto amico di lunga data” e gli prospetta la necessità di intervenire presso il Tar in favore del “giovanotto brillante”. L’ex assessore precisa che il tribunale avrebbe proceduto alla nomina di una commissione tecnica chiamata a esprimere un parere sul merito del ricorso, auspicando che i membri della stessa venissero individuati tra professionisti della Regione o dell’Università. “Andiamo e parliamo con Durante allora…!“, risponde Adamo. Nicola Durante è un giudice, è il presidente della II Sezione del Tar della Calabria, presso il quale capizzi aveva presentato il ricorso.

Due giorni dopo i due si incontrano sull’autostrada A2, allo svincolo di Altilia Grimaldi, tra Cosenza e Lamezia Terme. “Ho chiamato a lui … a Durante …”, spiega Adamo. “Questa è una cosa seria compare… questa è per una gara di sei milioni“, replica Giamborino. “E’ il Tar che la nomina la commissione”, prosegue Adamo, quindi “gli si dovrebbero dire i nomi.., da nominare. Che gara è? Che oggetto ha…”. “Lavori pubblici – replica Giamborino – ecco perché gli ho detto ieri cinquanta mila euro“. Secondo i pm si tratta del compenso promesso ad Adamo. “Durante è a Roma – replica quest’ultimo – però torna martedì sera”.

L’8 aprile Giamborino informa Capizzi e gli spiega che il mercoledì successivo Adamo incontrerà il giudice: “Il Tar è lui”, spiega l’esponente dem, illustrando all’imprenditore come sarebbe avvenuta la selezione dei membri della commissione tecnica: “Della Regione voglio l’architetto Tizio l’ingegnere quello.., e il geometra quello’ … se li sceglie“. E Giamborino tiene a tal punto alla questione che il 10 aprile vede un membro del Dipartimento di Difesa del Suolo dell’Università della Calabria e i due, annotano i magistrati, “si accordano per incidere sulla commissione tecnica”.

Da parte sua Capizzi si è già mosso sul lato imprenditoriale, mettendosi d’accordo con Giuseppe D’Amico, imprenditore di Piscopio: “All’aggiudicazione dei lavori – annotano gli inquirenti – l’imprenditore vibonese avrà parte attiva nella loro esecuzione”, ovvero un subappalto. Il problema è che la sua azienda è “legata al sodalizio di Piscopio“, il che vale a Giamborino l’accusa di associazione mafiosa, “atteso che dall’accordo complessivo che il politico aveva raggiunto, emerge il coinvolgimento, in favore dell’impresa di D’Amico” e il “favore” sintetizza “l’approccio di favore e vantaggio per la cosca capeggiata dal cugino Pino Galati”.

Il 6 novembre viene resa pubblica la sentenza del Tar, che accoglie il ricorso di Capizzi, annulla i punteggi sull’aspetto delle migliorie assegnato alla Coseam e ordina una nuova valutazione dell’offerta presentata da quest’ultima. Anche senza la decisione, per la procura di Catanzaro ce n’è abbastanza: Adamo si è fatto promettere 50mila euro “come prezzo della sua mediazione illecita” verso il giudice e verso i membri della commissione tecnica. Secondo i pm si tratta di traffico di influenze.

Per l’ex vicepresidente della Regione, “che ha agito sfruttando la sua rete di conoscenze politiche“, il gip ha stabilito il divieto di dimora in Calabria ma ha escluso l’aggravante mafiosa. “Non ho esercitato alcun traffico di influenze, né mai ‘accettata’ alcuna proposta di corresponsione di nessuna somma di denaro – si difende Adamo – Ciò che ritengo ignominioso e riprovevole è il fatto di essere stato inserito in un contesto di indagini concernenti la criminalità organizzata di tipo mafioso”.

Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Capizzi

Ci tengo a precisare che non sono indagato per mafia, o Ndrangheta. Consorterie criminali da cui ho preso sempre le distanze. Questa è una certezza. Alcuni mesi fa ho proposto una denuncia che ha portato all’arresto di esponenti della criminalità organizzata.
Nessuna agevolazione abbiamo avuto, Il nostro progetto offriva sicure garanzie in termini di prezzo e di qualità avrebbe permesso all’amministrazione di risparmiare circa 1,5 milioni per una maggiore qualità.
Abbiamo proposto opposizione e il giudizio amministrativo ci ha visto perdenti,
è certo, invece, è che parte dei lavori conseguenti al buon esito del ricorso davanti al Tar
testimonianza del fatto che nessuno ci ha agevolati anche perché se diversamente fosse accaduto tra gli indagati ci sarebbero stati componenti del Tar. Ne tanto meno ho mai promesso ne corrisposto somme di denaro a nessuno.
Se ho ottenuto dei risultati sono dati dal fatto, e chi mi collabora lo sa bene, che la mia giornata lavorativa inizia alle 6:00 del mattino e finisce alle 23:00 tutti i giorni a volte domenica inclusa. Confido fermamente nella giustizia nella quale credevo e ci credo molto di più dal supporto e la vicinanza che sto ricevendo in seguito alla mia denuncia di minacce nonché tentata estorsione.
Ho delle certezze: credo nel lavoro, amo il mio lavoro, lo svolgo nel migliore modo che riesco, sono certo del fatto che il crimine non mi appartiene.
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